Querela facile, querela temeraria, querela intimidatoria

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Querele facili e temerarie contro i giornalisti

Si discute in questi giorni della querela mossa da Giorgia Meloni a Luciano Canfora. Ne scrivono, tra gli altri, importanti giornalisti come Massimo Gramellini e Mattia Feltri, sottolineando “che di querele non se ne può più”. Ne sappiamo qualcosa anche noi, presi di mira o minacciati da politici e amministratori pubblici che ricorrono o vorrebbero ricorrere agli avvocati per articoli o semplici affermazioni ritenute diffamatorie. E gli avvocati, manco a dirlo, non si tirano indietro.

Se Canfora sostiene che la premier è “neonazista nell’anima” e, per questa convinzione, ne risponderà al giudice, in provincia viaggiamo su livelli più bassi. C’è per esempio un sindaco che, dopo aver postato un commento su Facebook, annuncia querela e se la prende con il giornale che ha ripreso l’intervento, dando enfasi alle sue tesi. La colpa? Aver disatteso il diritto d’autore. Capite, il diritto d’autore (?) per una frase resa sulla piazza virtuale dei social da un primo cittadino, cioè un personaggio pubblico, non da un qualunque, comune cittadino. Sembra uno scherzo, ma è successo.

Per non dire di quell’altro primo cittadino che ci chiama in causa per aver ripreso e diffuso una sua equivocabile quanto inopportuna dichiarazione, apparsa sempre su Facebook e fonte di polemica politica. Insomma, colpa della stampa che, invece di stare al proprio posto, ha fatto il suo lavoro. Attuando quel diritto di critica, che viene appresso al diritto di cronaca sancito, fra l’altro, dalla Costituzione. E’ il sindaco che a priori avrebbe dovuto tacere, non i giornali.

Potremmo continuare a lungo con gli esempi. Eccone un altro. Un ex amministratore di una partecipata municipale finito in guai giudiziari, però indispettito dal fatto che la notizia sia uscita sui giornali. Conseguenza: la querela. Per cosa? Per aver raccontato ciò che gli è successo, egli, gestore di denaro della collettività e, quindi, obbligato a risponderne. Ma non se ne doveva parlare. Esattamente come vorrebbe imporre il Parlamento con il famoso emendamento Costa che introduce il divieto di pubblicazione, “integrale o per estratto”, del testo delle ordinanze di custodia cautelare, fino al processo. Per dirla in chiaro, con un simile provvedimento calerà il silenzio sulle inchieste più delicate e importanti che portano all’arresto degli indagati. Libertà di stampa? Libertà degli indagati di farla franca con l’opinione pubblica.

Ah, dimenticavamo: c’è un ex primo cittadino che pretende giustizia perché, secondo l’esposto presentato in procura dal suo avvocato, non può essere accostato alla ‘ndrangheta, essendo stato assolto in un processo per presunto voto di scambio. Tutto vero, e ampiamente scritto, anche che la sua assoluzione è derivata dal fatto che, nel frattempo, è cambiata la legge. Salvo omettere, il querelante, ciò che aveva detto in televisione: che con la ‘ndrangheta aveva avuto contatti. L’ha detto lui, ma le responsabilità sono di chi s’è azzardato a ricordaglielo. Divertente, anzi no, preoccupante.

Il catalogo è questo, tanto per citare il Don Giovanni di Mozart. Che nella circostanza non c’entra nulla, ma di cose fuori luogo in queste vicende ce ne sono talmente tante. La prima: le azioni giudiziarie di cui sopra, se non sono temerarie hanno di sicuro un retrogusto intimidatorio. Figurarsi. La seconda: il ruolo istituzionale dei nostri rappresentanti dalla querela facile, a dimostrazione della loro fragilità e, quindi, inadeguatezza. Montanelli diceva che le querele sono medaglie per i giornalisti che le ricevono. Ma lui aveva a che fare con ben altre personalità e questioni. Noi ci rapportiamo con ciò che passa il convento, che di questi tempi è ricco di frati e suore ma povero, poverissimo, di vocazioni degne di nota.

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