Il tris di Giorgia

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Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Riesce a Giorgia Meloni di centrare tre obiettivi che le stavano a cuore. Il consolidamento dell’accredito europeo grazie alla partnership con Draghi. Il consolidamento dell’asse con gl’industriali, sancito dall’intesa sul Green Deal col presidente Orsini all’assemblea del Ghota imprenditoriale. Il consolidamento del bipolarismo politico, o di qua o di là, destra-sinistra, senza equivoci/fastidi su interferenze centriste: due poli, non più tre.

Punto uno. Draghi va a Chigi dopo un paio d’anni e fa sua la prevedibile richiesta (un non detto ufficiale, e però ufficiosamente percepibile) della premier: adoperarsi per il buon ingresso di Fitto, neo commissario e vicepresidente, nel nuovo governo Ue della Von der Leyen. Così che l’apertura di Socialisti-Liberali-Verdi ai Conservatori non sia di facciata e invece reale, purché i Conservatori dismettano le residuali ideologizzazioni e lavorino al pratico. VdL è una che, scortata da morbido autoritarismo, va al concreto, Draghi, pure, Meloni idem. Fitto avrà successo se farà suo questo mantra, e certo lo farà, possedendo il concavo/convesso Dna democristiano. Draghi gli aprirà porte utili a ottenere risultati non tanto a Fratelli d’Italia, quanto all’Italia tout court. A margine: l’intesa Giorgia-Marione rinsalda la premier nell’alleanza romana, Tajani e Salvini -specialmente Salvini- ne dovranno prendere atto.

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Massimo Lodi

Punto due. La rivoluzione verde è nel progresso, avversarla di principio si rivelerebbe un errore, però va attuata (“spalmata”, dicono gli scettici e i prudenti) secondo tempi/modi ragionevoli, pena negative ricadute nel mondo produttivo e nel contesto sociale. Obiettivo raggiungibile solo attraverso un’azione politica che coinvolga supporti tecnici autorevoli. Il più autorevole di tutti è quello di Draghi, non a caso autore del rapporto sulla competitività richiestogli proprio da VdL. Facile immaginare che la Meloni gli abbia rappresentato, oltre che le esigenze del governo italiano, le preoccupazioni degl’imprenditori e di quanto gira attorno al loro business, compreso l’orizzonte di lavoratori timorosi d’essere costretti a grevi sacrifici. Il no radicale all’innovazione, come la storia insegna, è una partita persa. Pilotarlo sui binari della responsabile assenatezza è la partita da vincere. Di solito la si è vinta.

Punto tre. Il fallimento di Azione, decretato dalla fresca diaspora di Gelmini-Carfagna-Versace, chiude l’epoca del Terzo polo. C’era una volta, non c’è più. Difatti Renzi dichiara: prevedendo lo sfarinamento, tempo fa ho deciso il trasloco (il ritorno) a sinistra. Lì noi d’Italia Viva porteremo ulteriori ragioni centriste. Non si sa dove l’abbandono del trio femminile porterà Calenda. Si sa che le fuoruscite entreranno in Noi moderati di Lupi, un modo -forse di non troppo fantasiosa interpretazione- per ridimensionare l’attivismo estivo di Tajani. Un modo per mettere un freno a Forza Italia. Un modo per chiarire/dar prova che la Meloni continua a fare, oltre alla presidente del Consiglio, la leader di FdI. Avvertimento non secondario, alla vigilia delle elezioni regionali di Liguria, Emilia Romagna e Umbria. Nel bipolarismo si fa in questo modo: uno comanda di qua, l’altro di là. Come sta facendo intendere la Schlein a Conte. Il resto è contorno. Tanto per capirsi.

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