di Massimo Lodi
Sovrastima del potere, sottovalutazione della fiducia. Meloni dà prova dell’una, Schlein dell’altra. Càpita nel voto per il giudice mancante della Corte Costituzionale. La premier punta sul suo consigliere giuridico, Marini. È sicura che pescherà nell’opposizione i pochi voti necessari alla maggioranza: senza di essi, il bersaglio non si centra. Potrebbe trattare, tanto più che in ballo c’è la scelta d’un alto magistrato di garanzia. Evita di farlo. La segretaria Dem ritenta il colpo dell’Aventino, già provato quando si son scelti i componenti del cda Rai. Allora la seguirono Calenda e Renzi, non Conte, Bonelli, Fratoianni. Stavolta le va meglio, Conte e i due rossoverdi s’accodano, la sinistra ritrova magica compattezza, tutti disertano l’aula di Montecitorio. Risultato: la candidatura di Meloni perde, il tatticismo di Schlein vince.

È la prova (1) di quanto malaccorto sia stato l’agire di Chigi. Che doveva badare al concreto, scegliere un’alternativa al nome preferito, non emarginare le minoranze. Realpolitik, nel nome d’una condivisione funzionale a legittimare il selezionato. Invece l’eccesso di sicurezza, detto hybris, ha prodotto la sconfitta. Sentimento non da applausi, quando si guida la Nazione/la Patria. Il compromesso non rappresenta sempre un ripiego, talvolta segnala una virtù. Anzi, la virtù: il modo pratico di cogliere un obiettivo generale non umiliando le bandiere di parte. Mediare, mediare, mediare. La scuola democristiana lo fece sempre, con risultati buoni. Sino al punto d’arrivare all’intesa storica coi comunisti, una rivoluzione abortita solo a causa del terrorismo. Ma giocavano Moro e Berlinguer, ci siamo capiti.
È la prova (2) di quanto diffidente sia stato l’agire della leader Pd. Il siluramento del prediletto da Meloni si poteva effettuare restando in aula anziché fuggendola, previa intesa nel fronte antigovernativo. Però circolava il dubbio sulla sua tenuta: pochi franchi tiratori l’avrebbero sgretolato, con disastroso rimbalzo sulle prossime sorti del centrosinistra, a rischio débacle nelle elezioni regionali in Liguria, Umbria, Emilia Romagna. Dunque la bassa paura ha prevalso sulle alte ragioni istituzionali del gran rifiuto. Il che la dice lunga circa le condizioni in cui versa lo schieramento antagonista del centrodestra, rese plasticamente proprio nel giorno del voto sul neo componente della Consulta. A un incontro della Fondazione Gimbe, ospitato a Palazzo Madama, era previsto che Schlein e Conte sedessero vicini: lei si è accomodata come da indicazione, lui no. È rimasto in piedi, lontano dalla presunta alleata. Presunta, appunto. Ecco perché Elly, sapendosi in tal modo considerata da Giuseppi, ha preferito evitare a Montecitorio una prova d’insieme che rischiava di fallire. Non siamo mica ai tempi in cui giocavano Moro e Berlinguer, ci siamo capiti per la seconda volta.
lodi meloni schlein – MALPENSA24
