di Gian Franco Bottini
Li chiamavano “peones” quei parlamentari facenti parte dei grandi partiti della Prima repubblica che, non avendo cariche di rilievo, si limitavano ad “alzare la mano” seguendo diligentemente le indicazioni del loro partito. Potevano anche essere dei “califfi” nei loro territori di appartenenza ma per il resto erano degli inquadrati soldatini, cresciuti e valutati in anni ed anni di attività nell’ambito delle sezioni periferiche dei partiti.
Oggi i “peones” esistono ancora, ma ben più vanesi e impreparati, e fanno arrabbiare la nostra Premier al punto di farle affermare che “fare ‘sta vita per eleggere ‘sta gente anche no”, “se devi guardarti le spalle dai tuoi, meglio alzare bandiera bianca”. Parole sconfortate e minacciose, che nascono dall’esasperazione per il ripetersi di fatti imbarazzanti che riguardano componenti, a vari livelli, del suo “parco” e da recenti fughe di notizie, più o meno riservate, ma che comunque denotano una inadeguatezza ed impreparazione al ruolo di molti dei suoi sodali. “C’è gente che per una citazione sul giornale, si venderebbe sua madre” è la conferma di quest’ultima affermazione, pronunciata da una sconsolata Giorgia.
La questione comunque non è nuova ed è probabilmente la conseguenza di successi elettorali di dimensioni inaspettate e non proporzionate alla disponibilità di candidati dotati di adeguato valore. Lo è stato oggi per FdI, ma lo fu nel passato per la Lega, per F.I. e per il movimento 5 Stelle.
Parlando in generale, e con il rispetto per tutti, l’appiattimento qualitativo dei protagonisti politici, verificatosi nel tempo, è sotto gli occhi di tutti ed è probabilmente all’origine del crescente astensionismo elettorale che, oltre che una diffusa sfiducia nella politica e nei suoi attori, segnala in particolare il disinteresse dei giovani. Per questi ultimi il disinteresse al voto trascina anche quello al non facile impegno di applicarsi per essere dei validi ricambi generazionali.

Recentemente è stata pubblicata una ricerca sul lavoro nel nostro Paese, dove si segnalava che, nel campione indagato, emergeva una tendenza nei giovani a proporsi con le limitazioni del “tutto, subito e con pochi sacrifici”, rifiutando la famosa “gavetta”.
Noi sinceramente non ci sentiamo di generalizzare questa analisi, ma se pensassimo di trasferirla al mondo della politica qualche grado di credibilità in più lo potremmo accettare, chiarendo però che la responsabilità di ciò sta solo in parte nei giovani stessi, ma soprattutto nella attuale politica, intendendo con questo termine persone e comportamenti. Sappiamo quanto i giovani siano sensibili agli esempi positivi, ed in particolare quelli più vicini a loro e siamo certi che un sistema politico che premiasse il riconoscimento dei valori sarebbe di forte stimolo ad appassionarsi alla politica.
La politica come “mestiere” e come fonte di “retribuzione” é una diffusa visione purtroppo distorta e priva di passione, che molti giovani assorbono anche dal pessimo esempio dei facili cambi di casacca, chiaramente basati sulla caccia alla sedia, con un calcio alle ideologie e ai valori.
Rappresentazioni del teatrino della politica, andati in scena recentemente anche dalle nostre parti, dove le considerazioni sui valori di idee e persone paiono annebbiati da appartenenze, promesse, parentele, amicizie e quant’altro, sono tutto fuorché esempi positivi che possano fungere da stimolo alla partecipazione da parte dei giovani, ai fini di un progressivo generale miglioramento qualitativo. Se aggiungiamo poi la sensazione che nei luoghi della politica vi sia una scarsa propensione all’accoglienza di neofiti (la poca attitudine alla “gavetta” può essere un deterrente?), la “crisi delle vocazioni” nei vari partiti è problema da affrontare (naturalmente non solo dalla Premier), sempre che si voglia veramente migliorare la qualità dei praticanti l’attività politica.
