Violenza contro il personale sanitario: un problema di comunicazione

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di Domenico Francesco Donato
    e Marcello Bertucci*

Non passa giorno che, per eventi gravi e, sempre più spesso, gravissimi, il nostro Servizio Sanitario Nazionale non balzi all’onore delle cronache per le aggressioni subite dal proprio personale. L’ultimo, in ordine cronologico, si è verificato presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Borgo Trento di Verona ove un uomo ha sfogato la propria rabbia contro un medico e tre infermieri arrivando anche a sfondare una vetrata. L’uomo è stato tratto in arresto dalla polizia intervenuta sul posto. Secondo i dati ogni giorno si registrano numerose segnalazioni di violenze a danno di medici ed infermieri.

Sebbene i luoghi ove tali aggressioni ricorrono più frequentemente, giocoforza, siano le strutture di Pronto Soccorso, in realtà, non sfuggono a questa “caccia al sanitario” neppure i liberi professionisti ed i medici della medicina convenzionata (specialisti ambulatoriali, medici di medicina generale, etc.) che, teoricamente, operando in ambulatorio e/o in studio, dovrebbero trovarsi in condizioni lavorative meno caratterizzate dal drammatico stress che, normalmente, connota la medicina di urgenza nei P.S.

Allora, il problema non è – o non è soltanto –  l’alto livello di eccitazione emotiva in cui chiunque di noi si viene a trovare, tipicamente, in situazioni di emergenza; lo sfogo estremo dell’atto violento contro il sanitario, al netto di eventuali stati di esaltazione patologica di alcuni aggressori, per i quali si dovrebbero attuare altre misure (ma questa è tutt’altra questione), il problema di fondo resta un problema di comunicazione della figura stessa del medico e degli altri professionisti sanitari. Non vi è dubbio, infatti, che, da tempo, i sanitari, specie quelli dipendenti da strutture pubbliche, siano individuati, nell’accezione comune, come i “degni” rappresentanti di un sistema di assistenza sanitaria quasi allo sfascio che opera “contro” e non per il paziente. Con questo scenario di fondo, ecco che l’aggressione è e sarà sempre dietro l’angolo, specie in quelle aree geografiche del paese dove le difficoltà del SSN sono solo uno dei sintomi dell’abbandono da parte dell’apparato statale.   

L’Amministrazione sanitaria, quindi, dovrebbe iniziare a lavorare sulla questione e, al pari del settore privato, dovrebbe imparare a comunicare il proprio “prodotto” – la cura -, così come dovrebbe imparare anche a riabilitare immagine e dignità dello strumento fondamentale dell’assistenza sanitaria: il proprio personale.

Senza questa inversione di tendenza, innanzitutto, sul miglioramento del rapporto di empatia tra medico e paziente, difficilmente, si avrà una recrudescenza del fenomeno, salvo che – ma le risorse per fare questo latitano – non si vogliano trasformare le strutture sanitarie in fortilizi dove la sicurezza del personale venga anteposta a quella delle cure. Così come, difficilmente, le pur giuste e severe misure normative introdotte in materia di violenza contro i sanitari dal decreto legislativo 31/2024 e dal DL 137/2024, convertito in Legge 171/2024, potranno determinare un concreto deterrente contro le aggressioni.

Dal punto di vista penalistico, le recenti modifiche normative introdotte rappresentano un inasprimento della risposta sanzionatoria nei confronti delle aggressioni al personale sanitario. Tuttavia, l’efficacia deterrente di tali misure deve essere valutata alla luce di alcune criticità strutturali del sistema penale italiano. Innanzitutto, l’introduzione di pene più severe, pur rispondendo a un’esigenza di tutela rafforzata, rischia di scontrarsi con la lentezza cronica della giustizia penale, che potrebbe vanificare l’effettività della punizione e, quindi, la reale funzione di prevenzione speciale della norma.

Inoltre, va evidenziato come l’aggressione ai sanitari possa configurare, a seconda delle circostanze, reati già previsti e puniti dal Codice Penale. La novità della riforma risiede nell’aggravante specifica e nella procedibilità d’ufficio, che sollevano la vittima dall’onere di presentare querela nonché la previsione dell’arresto obbligatorio in flagranza e, a determinate condizioni, l’arresto in flagranza differita dell’aggressore.

Tuttavia, il diritto penale da solo non può rappresentare la soluzione al problema. Come ogni intervento repressivo, rischia di essere insufficiente se non accompagnato da una più ampia strategia di prevenzione, basata su investimenti strutturali nel sistema sanitario, sulla riduzione delle situazioni di tensione nei presidi ospedalieri e, soprattutto, sulla promozione di una rinnovata cultura del rispetto nei confronti del personale sanitario. Senza un efficace intervento sul piano della comunicazione istituzionale e del miglioramento delle condizioni di lavoro, il rischio è che l’inasprimento delle pene si traduca in un deterrente poco efficace e in un provvedimento destinato a rimanere lettera morta.

*avvocati esperti in diritto sanitario Studio Alfa Legal

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