Troppo lontani dalla gente

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C’è poco da girarci attorno: la disaffezione alle urne è oramai una costante di tutte le elezioni, specialmente per i referendum abrogativi che dovrebbero essere un momento ineludibile della partecipazione popolare. E invece sono diventati il momento meno rappresentativo dell’attenzione collettiva ai problemi sociali, politici, economici, di principio. Sono quasi quindici anni che un referendum non raggiunge il quorum, era il 2011 e, in quella occasione, un quesito sul nucleare subì la “spinta” della tragedia di Fukushima. Ma ogni volta, al di là dei risultati reali, c’è chi, a seconda degli orientamenti, proclama la propria vittoria. Oggi tocca al centrodestra ritenersi soddisfatto delle basse percentuali di votanti, attribuendo, in forza dei numeri, al centrosinistra e ai sindacati la sconfitta per il mancato raggiungimento della soglia di validità: il 50 per cento più uno degli aventi diritto.

Hanno ragione? Seguendo le logiche della politica e i loro appelli al non-voto, certo che sì. Ma qualcuno potrebbe obiettare che soltanto nel caso si fosse raggiunto il quorum, con la maggioranza scrutinata di no, si è legittimati a cantar vittoria, proclamando la sconfitta dei promotori della consultazione e dei sì. Ragionamento che non trova udienza nell’attuale governo, e neanche in alcuni settori delle opposizioni che, ritenendo il 30 per cento dei votanti già un successo (contenti loro), non si sentono affatto perdenti. Questione di opinioni.

Questioni di un istituto, quello del referendum, che forse ha bisogno di nuove regole, a cominciare dai quesiti da proporre ai cittadini, domande meno complesse, affrancate dal burocratese e dai tecnicismi e, probabilmente, impostati su questioni di merito capaci di suscitare un più vasto interesse. Non che i cinque problemi ammessi al voto domenica 8 e lunedì 9 giugno siano di insignificante portata collettiva, di certo alcuni di essi avrebbero potuto o potrebbero prendere la via parlamentare per essere discussi e, nel caso, rivisti e corretti.

Ma tant’è, la crisi della democrazia rappresentativa si concretizza anche nella scarsa partecipazione alle urne. Una fuga dal voto che, come noto, riguarda anche le elezioni politiche e amministrative, oggi assestate su un debole 50 per cento degli aventi diritto. Un flop che riguarda persino i Comuni, le istituzioni più prossime ai cittadini e, proprio per questo, non solo per definizione, le più stimolanti per la gente. Si è spesso indagato sulle motivazioni di una tale situazione, che non coinvolge soltanto il nostro Paese. Una faccenda seria, dalle conseguenze per nulla rasserenanti.

Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo l’esito disastroso dei referendum, parla apertamente di crisi democratica in atto. Forse la crisi, al netto della trasformazione dei paradigmi delle comunità, è prima di tutto della politica e del sindacato stesso, che non riescono più a intercettare il consenso popolare, dei cittadini che si sentono traditi e, sotto sotto, persino presi in giro dai loro rappresentanti in parlamento e nei luoghi di lavoro. E, scoprendosi lontani dal mondo virtuale della politica politicante, protestano disertando le urne. Che altro?

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