di Gian Franco Bottini
Parliamo di referendum qualche giorno dopo, per evitare che parlandone prima si potesse dare alle nostre riflessioni una connotazione politica, assolutamente lontana dai nostri intendimenti. Chiariamo che non ci interessa parlare dei risultati e chiariamo altresì che chi scrive si è recato al seggio ritenendo che, stante la nostra Costituzione, la partecipazione al voto , oltre che un diritto, è anche un dovere morale e civico. Ciò non toglie però che, nel contempo, chi scrive possa dichiarare la propria avversione all’istituto referendario nelle modalità nelle quali, nel suo complesso, esso è oggi previsto e configurato dal nostro ordinamento.
Si sente affermare in maniera dogmatica che il referendum è la massima espressione della democrazia e su questa categorica affermazione noi siamo in completo disaccordo perché a nostro avviso esso, in molti casi, rischia, al contrario, di sminuire l’importanza della democrazia stessa. La nostra Costituzione ci ha consegnato un Paese che gode di un regime democratico rappresentativo e come tale la massima espressione della democrazia il Popolo la può (forse è più attuale dire “la potrebbe”) esprimere nel momento in cui vota per eleggere i propri rappresentanti; siano essi i componenti del Parlamento o delle Regioni o dei Comuni.
Da quel momento gli eletti sono da noi delegati a rappresentare le nostre idee; da qui la necessità che da parte nostra ci sia una valutazione accurata e ragionata nel momento delle nostre scelte elettorali. E ci sia inoltre una forte partecipazione al voto perché la scelta di quel momento segnerà, per almeno un quinquennio, le decisioni che influiranno sulla nostra vita quotidiana, anche di coloro che non hanno votato..
Detto questo, ai nostri delegati sta l’obbligo di essere costantemente sensibili ed informati sull’evolversi delle opinioni dei propri elettori, per esercitare correttamente la delega ricevuta; una delega che impone loro di agire in nostra vece per fare, ma anche correggere ed adeguare, le norme di convivenza. Forse una riflessione collettiva su questo aspetto sarebbe opportuna, visto il crescente disinteresse o la superficialità nel momento delle nostre scelte; una cosa, quest’ultima, che poi ci rende corresponsabili di ogni eventuale nostro scontento nascente dalle decisioni del Parlamento, da noi eletto.
Chiarito quanto sopra e per motivare la nostra dichiarata avversione all’istituto del referendum (così come oggi esso è concepito), ipotizziamo per esempio,di voler intervenire in maniera referendaria per abrogare o mutare una legge a suo tempo approvata dal Parlamento. Questo significherebbe, in pratica, mettere in discussione l’operato del Parlamento stesso e, nel caso di successo referendario, sconfessare la massima istituzione democratica da noi stessi a suo tempo costituita. Rammentando che con più si indebolisce la democrazia e i suoi istituti, con più ci si avvicina all’autoritarismo.
Il Popolo stesso, magari inconsciamente, pare aver già sensibilizzata la criticità di questo aspetto e prova ne è la lunga serie di referendum con una adesione mortificante e che alla fine in altro non si traducono se non nella giustificazione di uno scontro politico o della chiamata di una “piazza”. Il tutto con sperpero di denaro pubblico che , su dati di provenienza ministeriale , porta al risultato che ogni “buco nell’acqua”referendario equivale ad una spesa complessiva di circa 100 milioni di euro sottratti alla soluzione dei veri problemi nazionali.
In definitiva questo genere di onerosi referendum (la maggior parte dei quali finiti nel flop del disinteresse generale) lungi dal rappresentare una grande espressione di democrazia possono solo essere interpretati come una strumentalizzazione politica per il tentativo di superamento delle prerogative della democrazia rappresentativa e fors’anche come segnale delle evidenti difficoltà di quest’ultima; difficoltà per le quali noi (il corpo elettorale) con il nostro crescente e disinteressato astensionismo non siamo esenti da responsabilità.
Diversa può essere invece la considerazione per una consultazione popolare che abbia per oggetto argomenti riguardanti la sfera dei diritti civili che, pur con le loro sfumature etiche, riguardano da vicino la vita di ogni singolo cittadino. Basti ricordare le altissime partecipazioni ai passati referendum di tale genere (aborto, divorzio in primis) per comprendere che quanto detto corrisponde al pensiero della gente, sottolineando altresì che in tal caso non si andrebbe nemmeno ad intaccare i valori della democrazia rappresentativa in quanto, solitamente, in tali situazioni i partiti politici (quelli seri) esprimono si le proprie opinioni ma opportunamente lasciando libertà di espressione ai propri elettori per dare valore alle diversità .
Conclusioni. Si parla di rivedere le modalità che regolano l’istituto del referendum (firme, quorum e altro). Interventi tecnici che, da soli, lasciano immutate le osservazioni di cui sopra. Ridurre invece le aree di intervento, come si diceva, ai diritti civili e a poche altre materie ritenute di particolare vicinanza alla vita dei cittadini (es.”fine vita”), ridarebbe dignità all’istituto referendario e rinvigorirebbe la partecipazione popolare, oltre a tenere saldi i valori della democrazia rappresentativa ed evitare di pagare, con denaro pubblico, dei referendum che alla fine, dati gli inevitabili risultati, si riducono ad essere null’altro che una mascherata propaganda politica a nostre spese.
bottini referendum democrazia – MALPENSA24
