LEGNANO – Ma quali morti e sepolti. Chi si aspettava che “L’Ultima chiamata” sarebbe stato un rito funebre, l’addio definitivo dei CCCP – Fedeli alla Linea, ha dovuto ricredersi. Sul palco del Rugby sound, ieri sera – giovedì 3 luglio – tutta la band godeva, per fortuna, di ottima salute. E anche il punk dei musici emiliani filo-sovietici è ancora vivo. Semmai è invecchiato ed è invecchiato bene. Scarica ancora adrenalina su un pubblico che non è più quello di trent’anni fa.
Nel pratone del Castello ad ascoltare – adorare Giovanni Lindo Ferretti e i CCCP c’erano capelli grigi, corti e “niente cresti”. Eppure, sotto il sound meno ruggine e più morbido, se si chiudevano gli occhi, potevi immaginare di essere – giusto per continuare a citarli – a “Bucuresti”.
“Capelli corti e niente cresti”
E’ Annarella, benemerita soubrette e regina del palco con il suo look mutante e affascinante, ad annunciare l’inizio dello spettacolo. 4 mila biglietti staccati e un popolo ordinato, se così possiamo dire. Non è più una guerra ascoltare dal vivo i CCCP, semmai un rito, tramandato, forza della musica, di generazione in generazione e tra diverse generazioni.
Reduci ne abbiamo sotto il palco? Certo non mancano. C’è anche il Pogo. Non esagerato, ma c’è. E non mancano nemmeno i giovani e i giovanissimi, che accompagnano il salmodiare di Giovanni Lindo pur avendo conosciuto – per fortuna – un mondo senza URSS e Patto di Varsavia.
Canzoni e preghiere
La voce dei CCCP si presenta in blu. Giacca e pantaloni scuri, che richiamano da un lato il modo di vestire dei metalmeccanici e dall’altro la divisa del popolo cinese ai tempi di Mao. Quando poi si infila l’elmetto per cantare Curami, è come se si materializzasse uno dei Vopos diventati icona sulla copertina di un loro Lp. Giovanni Lindo Ferretti esce sul palco, non dice una parola e mette in fila parole al suono dettato da Massimo Zamboni.
Entrambi stanno lì, uniti di nuovo, eppure divisi. Ferretti non concede eccessi al movimento del suo corpo. In piedi, a volte sull’attenti, a volte a braccia conserte, spesso con i pollici delle mani infilati nelle tasche, dispensa emozioni con la sua voce e percorre quasi l’intero repertorio della band. Ci sono tutte le canzoni che il pubblico si attende: Rozzemilia, Mi Ami? Noia, Emilia Paranoica, Spara Juri, Trafitto, Morire, Oh battagliero, Amandoti. Tante canzoni. Ma anche preghiere: Libera me domine e Madre. Quelle che fecero scalpore quando vennero incise su vinile e che oggi regalano emozione e riflessione anche all’anima punk più feroce presente sotto il palco legnanese. Zamboni invece più lo guardi e più sembra disinteressato al mondo e interessato solo a suonare la sua chitarra. Il tutto attorno a lui non lo tange. E allora, onora la mano che fa vibrare quelle corde e uscire un suono che scava dentro “fin dove sta il delirio e trema il cuore”.
Una questione di qualità
Ma chi li ascolta da tempo sa che voce e chitarra sono due anime migranti, recalcitranti, ma fatte l’una per l’altra. E, infatti, per magia la voce di Ferretti e la chitarra di Zamboni hanno ancora più affinità che divergenze tanto che non restituiscono il tempo andato degli anni ruggenti, ma dispensano l’energia contemporanea di chi è custode di una storia artistica data troppo spesso per morta e invece capace di risorgere ogni volta.
E se loro, Ferretti e Zamboni, insieme a Fatur che è tornato a mettere a dura prova il suo fisico anche se ha smesso di usare lame e strumenti di tortura che oggi sarebbe inimmaginabile portare su un palco, sono i gioielli che Annarella ha presentato prima della grande chiusura, sul palco c’erano i due ormai inseparabili Üstmamò Luca Rossi (basso), Ezio Bonicelli (violino); Simone Filippi (chitarra) Simone Beneventi (percussioni) e Gabriele Genta (percussioni). Il tutto per oltre due ore di concerto che sono state tutt’altro che una formalità e certamente una questione di qualità.
