Tutti al mare a mostrar le… tasche vuote

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“In ferie da cosa?” era la domanda provocatoria di Sergio Marchionne quando, ad agosto, arrivando nel quartier generale della Fiat lo trovava deserto. In quegli anni, l’azienda perdeva cinque milioni di euro al giorno, ma nessuno, a quanto pare, se ne preoccupava, se non Marchionne stesso. Nel nostro Paese, però, le vacanze sono un’istituzione collettiva ferragostana immutabile, guai a chi ne mette in discussione se non l’opportunità perlomeno il fatto che tutti (o quasi) i settori della società si fermino nello stesso momento.

E’ una consuetudine che ci contraddistingue da altre nazioni che le ferie di chi lavora non le concentrano (in modo pragmatico) in un solo periodo dell’anno. Questione di usi e costumi, si dirà. Anche se, quest’anno, gran parte degli italiani stanno cambiando abitudine. Non per aver recepito in grave ritardo il monito dell’ex capitano della Fiat, ma per i costi. In cima a tutti: il caro spiagge. Un problema che, a quanto pare, è diffuso lungo i litorali dell’intera Penisola e che ha provocato l’intervento persino di personaggi dello spettacolo.

Uno per tutti: Alessandro Gassmann. “La situazione economica del paese spinge gli italiani a scegliere una spiaggia libera. Abbassate i prezzi e le cose, forse, andranno meglio”, ha scritto l’attore su Instagram rivolgendosi ai gestori di stabilimenti balneari. Presa di posizione che è diventata uno degli argomenti di discussione sotto l’ombrellone, quei pochi occupati dai vacanzieri che hanno potuto mettere mano al portafoglio. Così che molte spiagge rimangano deserte anche nei fine settimana, di solito i più affollati. E le vacanze si siano trasformate in un “mordi e fuggi” per nulla remunerativo per gli operatori del settore.

Meno 25 per cento di presenze, dicono i numeri. Un dato preoccupante, che alcuni osservatori però giustificano anche in altro modo rispetto alla sola questione economica, di alternative low cost, si domandano: e se stesse cambiando davvero il modo di concepire le vacanze? Il fatto è che agli aumenti generalizzati a tutto tondo, spiagge ma anche il carrello della spesa e tutto il resto, non si accompagna il ritocco all’insù degli stipendi: l’inflazione corre, la busta paga arretra. Conseguenza: un italiano su quattro rinuncia alle vacanze.

Una giornata al mare (ah, Paolo Conte) costa un piccolo patrimonio, soprattutto se lo stabilimento balneare vieta di portarsi acqua e cibo da casa. Un sopruso, sostiene qualcuno. Eppure si erano fatte previsioni ottimistiche all’inizio della stagione. Si parlava e si parla di overtourism, neologismo delle vacanze che si traduce con sovraffollamento. Certo, a Venezia, Firenze, Roma e nelle città d’arte. Ma sulle spiagge? Mare salato in tutti i sensi, salato quando ti presentano il conto. E non hai nemmeno più la gioa di stenderti al sole a “mostrar le chiappe chiare – come cantava Gabriella Ferri – co li pesci in mezzo all’onne noi s’annamo a divertì”. Se mai ci si possa ancora divertire con le tasche al verde e gli ombrelloni che rimangono chiusi.

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