BUSTO ARSIZIO – “Insha Allah”, ovvero se Dio vuole. Il vernissage della nuova stagione biancorossa si avvicina sempre più (lunedì l’adunata in Arena, martedì il primo allenamento aperto al pubblico), ma in casa Eurotek Laica Uyba continua incessante l’eco mediatica dell’effetto Mariam Metwally, la schiacciatrice egiziana ingaggiata dalla società bustocca destinata a lasciare un segno nella storia: sarà infatti la prima pallavolista col velo a giocare nel massimo campionato italiano.
Una prima volta che ha inevitabilmente messo la Uyba e la Città di Busto Arsizio al centro dell’attenzione generale, con un dibattito accesissimo (boom di followers e interazioni) innescato dai tantissimi servizi/articoli riservati dai media nazionali e non – nessuno davvero escluso – all’atleta egiziana. Atleta che, anche in Italia, giocherà ovviamente con l’hijab e con le gambe coperte.
Busto polo d’integrazione culturale
Sebbene dal punto di vista prettamente sportivo è difficile credere che la schiacciatrice Mariam Metwally – alla prima esperienza fuori dai propri confini – possa sostituire il valore indiscusso e assoluto di Rebecca Piva, la Uyba di patron Pirola è riuscita – a giochi di mercato ormai fatti e strafatti – ad estrarre comunque dal cilindro un colpo che accenderà – anzi ha già acceso – i riflettori su Busto Arsizio, centro di gravità di un melting pot di esperienze, provenienze e visioni del mondo diverse, con giocatrici in rappresentanza di ben quattro continenti.
L’immediato welcome dell’Assessore allo Sport Luca Folegani a Mariam (“A nome dell’Amministrazione Comunale diamo il benvenuto alla nuova atleta egiziana che entrerà a far parte della UYBA, ampliando i confini sportivi e culturali”) è stato un graditissimo e importante messaggio d’apertura culturale di una città che, volente o nolente, sarà chiamata ad assumere un cruciale ruolo di responsabilità sociale.
Pallavelo: social e politica spaccati
Di fronte alle tante attestazioni positive miste a curiosità suscitate dall’arrivo in Italia di Metwally, non sono però mancate nemmeno le polemiche, social e politiche in particolare: c’è chi ha usato l’ironia (pallavelo, pallah…volo), giocando anche con il title sponsor (laica), ma c’è anche chi – forse per retaggi culturali/generazionali, forse per visioni un po’ provinciali – ha espresso duramente il proprio dissenso nei confronti dell’utilizzo del velo, legandolo a concetti di emancipazione, patriarcato, religione e chi ne ha più ne metta.
La diversità è integrazione
Convinti che lo sport riuscirà ad abbattere ogni pregiudizio e ogni barriera (sociale, culturale e religiosa), abbiamo voluto – grazie alla preziosa mediazione del media manager “fuori categoria” Giorgio Ferrario – interpellare direttamente l’atleta egiziana (per nulla emancipata, anzi…) che raggiungerà Busto solo a settembre, al termine dei Mondiali:
Giocare col velo fa semplicemente parte della fede in cui credo e dei valori, anche sportivi, che ho sempre cercato di portare avanti, dentro e fuori dal campo. Non l’ho mai visto né come una limitazione all’integrazione, né come un’imposizione, nè tantomeno come una costrizione: il velo è una scelta personale che riflette ciò che sono e che mi sento. Non mi ha mai impedito di scegliere fra la mia passione e la mia identità: e spero che questo messaggio arrivi anche alle più giovani, perchè lo sport deve essere aperto a tutti, lo sport è inclusione e aggregazione. Giocare nel campionato più importante al Mondo mi darà l’opportunità di dimostrare – nel rispetto delle differenze culturali e al tempo stesso dei valori condivisi – che la pallavolo può davvero abbattere ogni barriera, unendo, avvicinando e facendo soprattutto conoscere e accettare le cosiddette diversità.
Uyba quattro continenti: Busto svela l’egiziana Mariam Metwally
