VARESE – «Fabio mi disse: “mio genero mi ha promesso che prima o poi mi ammazza“. Si aspettava che sarebbe successo qualcosa, mi confidò che Manfrinati ce l’aveva sì con Lavinia, ma soprattutto ce l’aveva con lui e con sua moglie Marta».
Odiava tutta la famiglia
Oggi, venerdì 10 ottobre, è stato il giorno dei testi di parte civile nel processo davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Varese presieduta da Andrea Crema (Stefania Brusa a latere) dove si sta celebrando il processo a carico di Marco Manfrinati per l’omicidio di Fabio Limido e il tentato omicidio di Lavinia Limido, rispettivamente ex suocero ed ex moglie dell’imputato. Manfrinati fu arrestato in flagranza di reato dopo aver accoltellato padre e figlia in via Menotti a Varese il 6 maggio 2024.
Un clima di terrore
L’avvocato Fabio Ambrosetti, che assiste la famiglia Limido-Criscuolo costituitasi parte civile, ha chiamato al banco, oltre a Cecilia Limido, sorella di Lavinia, amici e collaboratori delle vittime per provare il clima di terrore che l’intera famiglia visse dal momento in cui Lavinia fuggì con il figlio minore dalla casa dove viveva con Manfrinati al momento in cui «tutte quelle paure si concretizzarono nei tragici fatti del 6 maggio». La Corte ha tra l’altro acquisito nella loro interezza gli atti relativi al processo che nel maggio scorso ha portato a una condanna in primo grado a 5 anni, 4 mesi e 20 giorni a carico di Manfrinati accusato in quel frangente di stalking nei confronti dell’ex moglie e degli ex suoceri.
Pre facto
Già in quegli atti il clima di terrore, ripercorso anche oggi in aula, era emerso. Cecilia Limido ha spiegato come Manfrinati avesse avuto comportamenti violenti nei confronti della famiglia già prima della fuga della sorella: «Chiamò mia madre terrona di merda durante un pranzo in famiglia e sferrò un pugno in faccia a mio padre intervenuto per difenderla». Amici e collaboratori avevano nei mesi raccolto le confidenze delle due vittime della feroce aggressione in via Menotti.
La paura negli occhi
«Fabio aveva paura – hanno spiegato uno dopo l’altro i testi – La paura gliela leggevi negli occhi». Un terrore testimoniato anche verbalmente: «Lo diceva di temere che Manfrinati potesse fare qualcosa di terribile contro di loro. Temeva non tanto per sé quanto per Lavinia, la moglie Marta (Criscuolo) e il nipotino. Girava con lo spray al peperoncino e una mazza da golf in auto. Avevano fatto installare delle telecamere a casa e in azienda. Le finestre avevano inferiate ed erano sempre chiuse. Fabio scattava per ogni rumore».
La fuga di Lavinia
Una vicina di casa ha spiegato di aver visto Manfrinati danneggiare la recinzione dell’abitazione della famiglia, mentre una collaboratrice ha parlato delle mail e delle telefonate di minaccia che Limido riceveva da parte di Manfrinati. Sentito anche un amico di Lavinia con il quale la donna ha avuto una relazione dopo la fuga da casa che ha precisato: «Lavinia non ha lasciato la casa coniugale per me. E’ scappata perché aveva paura». L’uomo è però caduto in contraddizione quando il difensore di Manfrinati, l’avvocato Elio Giannangeli, saggiando l’attendibilità del teste, ha chiesto di riferire se Lavinia o lui temessero che l’imputato potesse fare del male anche il figlio. E a fronte della risposta affermativa del teste la difesa ha prodotto una serie di messaggi antecedenti il 6 maggio nei quali il teste sembrava sostenere esattamente l’opposto. L’udienza è stata aggiornata al 31 ottobre quando la parola tornerà sempre alla parte civile.
