di Massimo Lodi
Le leadership dell’ex rassemblement gialloverde lampeggiano il segnale crisi. Gialloverde-Gialloverdi, ricordate? Propagandatisi come Gialloveri. Cioè: il governo serio, l’unico governo serio, siamo noi, Cinquestelle e Lega. Riavvolgendo il nastro. Post-elezioni 2018, i due populismi s’insediano al comando del Paese tramite il Conte 1 e il Conte 2. Poi colano a picco, e ci vuole Draghi a salvare l’Italia dallo splash.
Sparito Grillo, nume venerato dell’M5S, subentra l’Avvocato del popolo italiano, Conte appunto. Alla guida del Carroccio Salvini era e Salvini è. Purtroppo per lui, con numeri di consenso ridotti, plus minus, di quattro-cinque volte rispetto a quei tempi. Numeri, suoi e di Conte presidente degli Stellati, che seguitano a calare: lo raccontano le urne delle recenti regionali, Marche, Calabria, Toscana.
Si fa finta di nulla, andando avanti? Eh no. Qualcuno s’impermalisce, chiama a testimonianza il realismo, mette sott’accusa i vertici e invoca il cambiamento. Di linea, se non di poltrona. Dunque. 1) Casa Cinquestelle. La vicepresidente Appendino, ex sindaca sotto la Mole e fedelissima di Giuseppi, dichiara che così non funziona. Il così è riferito all’alleanza col Pd, secondo lei rovinosa. Dunque il capo -gelida sentenza sabauda- ha sbagliato strategia, se ne traggano le conclusioni. Subito subito? Difficile, incombendo altre regionali: Veneto, Puglia, Campania. In Campania, per di più, col vetero-grillino Fico pretendente nella successione al cacicco De Luca. Cosa penseranno i residuali fidelizzati al Movimento, e il centrosinistra in generale?
2) Casa Lega. Giusto a proposito di regionali. In Veneto Zaia, variamente/tenacemente messo all’angolo, decide -vietandogli la legge d’aspirare al terzo governatorato- di scendere in campo da semplice consigliere. Si autonomina capolista del Carroccio. Prendere o lasciare. Prendere, prendere. Salvini gli dà corda anche perché sarebbe un suicidio non dargliela. Pur se il segretario ha stretto un’intesa con la Meloni: via libera a noi nel Veneto sostenendo Alberto Stefani nuovo doge, via libera a voi quando toccherà scegliere il successore di Fontana in Lombardia, anno ’28 in base al calendario, anno ’27 se si deciderà un anticipo. Cosa penseranno i residuali fidelizzati al bossismo che fu?
Beh, proprio Fontana l’ha lasciato capire. Pensano che il futuro prossimo potrebbe venir caratterizzato da un modello simil Cdu-Csu tedesca, non certo dal perdente vannaccismo: una Lega nazionale, una Lega nordista. Separate nell’agire quotidiano, amministrativo e politico; unite nel momento di chiedere il favore elettorale dei cittadini. Solo a tali condizioni sembrano ormai poter convivere due anime diverse al punto da rasentare la conflittualità. Anzi, da incrociarla in pieno come sta succedendo dalle parti della Serenissima. Di sereno c’è ben poco, di nuvole ce ne son molte. Ah, quando splendeva il Sole delle Alpi, nel simbolo e nella bandiera verde.
