Romano (Pd) dalla Flotilla a Cardano: «Picchiati e seviziati dai soldati israeliani»

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CARDANO AL CAMPO – Sono passati soltanto pochi giorni, il ricordo è ancora nitido. Forse resterà per sempre così nitido. Odori, rumori, sensazioni che sono rimaste attaccate alla pelle e poi sono scivolate in profondità. E poi quelle parole (anzi, prese in giro – anzi, minacce) che abitano la testa: «Se non fai quello che ti dico, ti uccido. Sei la mia scimmietta». Frasi pronunciate dai militari israeliani in un inglese improvvisato. Poi le botte. È la testimonianza di Paolo Romano – consigliere regionale del Partito Democratico – sulla Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria che ha spiegato le vele con l’obiettivo di «aprire un canale permanente per portare aiuti umanitari e mettere fine alla fame e alla sete a Gaza».
Il viaggio, l’abbordaggio, il carcere in Israele, il ritorno a casa. E tutto ciò che c’è stato in mezzo: la sua storia l’ha raccontata ieri, 16 ottobre, al circolo Quarto Stato di Cardano al Campo.

Dall’abbordaggio al carcere

Karma è il nome della barca su cui stava viaggiando Romano. A circa 70 miglia dalla Striscia c’è stato l’abbordaggio da parte delle forze militari di Israele: «Un rapimento in acque internazionali, contro il diritto internazionale». Trasformatosi in giorni di «pestaggi e privazione di acqua e farmaci» nel carcere di Ashdod. E di paura, sentimento vivo e presente, come accade in tutte le storie di coraggio.
Ha raccontato dei momenti passati in ginocchio, con la faccia a pochissimi centimetri da terra, sotto lo schiaffo – letteralmente – dei militari: «Ricordo chi era dietro di me, il suo odore è entrato nel mio cervello. Sento ancora il rumore delle sue ossa e della carne mentre veniva pestato».
Circostanze che non offrivano, ovviamente, nessuna possibilità di reagire. Lo ha sperimentato in prima persona: invece di seguire l’istinto («Era una delle regole: mai ribattere, perché la violenza avrebbe generato ulteriore violenza») è arrivato alla conclusione che «il militare che avevo davanti, giovane, era soltanto vittima di un sistema di propaganda, che va oltre la capacità decisionale». Ecco perché, al rientro, a mente più lucida, nonostante le offese «ho provato pietà. E ho deciso di non odiarlo».

Una storia di amicizie. E femminismo

Ma è anche una storia che racconta legami e affetti. Gente del mondo, che parla lingue differenti e fa fronte comune per superare le difficoltà. Come l’amicizia e il sostegno di Jamal, chirurgo gastrointestinale: «In cella abbiamo discusso di letteratura e delle influenze della cultura araba». Mezz’ora, un’ora, due ore: «Non so quanto sia durato. Ma per un attimo ci siamo dimenticati di essere dietro le sbarre». Al netto di tutto, «uno dei giorni più belli della mia vita».
Fondamentale, fra i vari aneddoti, il ruolo che hanno avuto le donne della Flotilla. Sia in barca, che ad Ashdod. «Straordinarie, Stare accanto a loro permetteva di incrementare il sentimento femminista».

Oggi cosa resta?

Oggi cosa resta di quella missione? «Abbiamo mostrato che Israele ha perso l’umanità e ha dimostrato di non essere più una democrazia che vuole rispettare le regole». E ancora: «Abbiamo il dovere di chiedere che Israele sia perseguito nei suoi leader politici per il genocidio commesso a Gaza. Non per vendetta, ma per giustizia. Affinché palestinesi e israeliani possano tornare alla pace vera». Il messaggio è rivolto poi al governo italiano: «Penso che abbia dimostrato di non difendere i propri cittadini, di essere debole con i forti e forte con i deboli». Perché «alleato di uno Stato che ci ha rapito, ci ha portati a terra, picchiati e seviziati». Di più: «Dicono che si poteva portare aiuti in altri modo. Allora dicano per quale motivo hanno fatto morire di fame le persone. Se non si riusciva a fare diversamente, vuol dire che la nostra missione ha avuto un senso». Adesso è stata stabilita una tregua: «Che è positiva», ha aggiunto il consigliere regionale del Pd. «Ma è fragile». E il piano di pace previsto «ha un’enorme mancanza: non è concordato col popolo palestinese. Per Israele ha trattato Israele. Ma per Gaza ha trattato Hamas, che non rappresenta i palestinesi».

Le richieste

Ora la richiesta è che «venga riconosciuto la Stato di Palestina e che ci sia un equo processo per tutte le persone che hanno provocato un genocidio a Gaza». E così sia anche «per i leader di Hamas, per quello che hanno fatto il 7 ottobre del 2023». Non solo: «Chiediamo fondi per ricostruire la Striscia, dare pari diritti a chi la abita e porre fine all’occupazione illegale in Cisgiordania come proposto dall’Onu».
L’ultimo messaggio è per Francesca Albanese, la relatrice Onu simbolo della causa ProPal: «Una donna straordinaria, coraggiosa, a cui i più grandi potenti della terra stanno togliendo tutto».
La serata è stata moderata dalla segretaria provinciale del Pd, Alice Bernardoni.

«A faccia in giù per ore». Romano (Pd) racconta a Cardano l’abbordaggio della Flottilla

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