di Massimo Lodi
V’incanteremo, promettono gl’ideatori dello show d’apertura di Milano-Cortina. San Siro è all’ultimo palcoscenico di luci prima della buia demolizione, e lo si annuncia trasformato in scenografia memorabile. Sarà festa, liturgia, solennità. Una bolla vigilatissima: tutt’attorno migliaia di tutor della sicurezza, strumentazioni-techno per controllare, allerta massima.
È il segno dei tempi. Tirano venti di guerra e spira aria di guerriglia: ci si deve cautelare. La speranza della tregua olimpica resta tale. Forse (humm, haivistomai) se ne otterrà un cicino. Difficile, però. Lo spirito fraterno dei Giochi s’incrocia col suo contrario nella realtà estranea allo sport. Non una sorpresa: la doppiezza è marchio sempiterno, attraversa stagioni, uomini, propositi. Il realismo trionfa prima di gareggiare, non esiste pace instaurabile grazie a un evento che unisce atleti del mondo intero. I ricordi storici, giusto a proposito d’Olimpiadi, purtroppo insegnano: la concordia/il rispetto è altro: segue -quando li segue- differenti percorsi, sorpassa lo spirito-fusion d’una singola manifestazione, della retorica si fa un baffo, pretende l’obbedienza al codice universale d’umanità spesso trasgredito dai governanti dell’umanità.
Perciò non serve cinque-cerchiare d’esagerata responsabilità l’appuntamento. Serve auspicare che le cose vadan bene, questo sì. Impeccabile organizzazione, stuporosa inventiva, marchio d’origine protetta (esageriamo? No, non esageriamo) a timbrare l’insieme. Cioè un tocco d’italianità/di nordismo originale, che trasmetta la virtù del nostro genio, l’attitudine a dare il meglio quando il compito è difficile, un “promo” da diffondere ovunque giusto a significare: guardate che qui (zero hybris settentrionalista) non siamo secondi a nessuno.
A riassumere: la sabbia e l’orgoglio. La sabbia perché molti granelli son finiti nell’ingranaggio della story, rimandando opere, portandone alcune a parziale completamento, lasciando perplessità su come si son diffuse sul territorio le gare (ahi, l’insidiosa novità criticata dal New York Times), eccetera. L’orgoglio perché, nonostante il poco citato e molto di più, tagliamo il nastro inaugurale al netto della notizia di mali peggiori del bene realizzato. A conferma che non è un luogo comune la definizione dell’Italia specialista nell’emergenza: nessuno sa governare, come noi, l’improvvisazione tramite studiata casualità. Abbiamo alle spalle secoli che documentano l’asserto, ciò che ci assegna un podio d’oro a prescindere, citando Totò. Totò, ecco. Il campione dei campioni. Riguardosi, volentieri lo celebriamo davanti al solenne braciere d’antica origine, 800 avanti Cristo. Ha rappresentato il trasformismo d’eccellenza: lui, depositario d’un misterioso/sapiente intuito, sapeva cogliere l’attimo per il guizzo vincente. Ne saremo eredi degni anche stavolta: a Milano, a Cortina, nel resto dell’Italia concorrente e spettatrice. Senza bisogno di vendere il ghiaccio agli esquimesi.
