Lindsey Vonn, quando bisogna saper dire stop

olimpiadi sci vonn
La rovinosa caduta di Lindsey Vonn durante la libera olimpica di Cortina d'Ampezzo

Eroica. Grandissima. Fantastica… Nei giorni precedenti la discesa libera femminile, che ha assegnato il titolo olimpico, c’era stata come una gara all’elogio più roboante nei confronti di Lindsey Vonn. Squilli di trombe e di trombette. I virtuosi dell’aggettivo pronti a fare sfoggio delle loro melliflue doti.

La fuoriclasse americana, atleta dal palmares sconfinato, a fine 2024 e dopo cinque anni di lontananza dalle gare si era riattaccata il pettorale con l’obiettivo di conquistare l’oro a Milano Cortina. Impresa che già sarebbe stata pazzesca a 41 anni, ma ad alzare ulteriormente il livello di sfida, casomai ce ne fosse bisogno, il fatto che pochi giorni fa a Crans Montana si era rotta il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Il destro, inteso come ginocchio, era già stato sistemato con quella che tecnicamente si chiama “protesi monocompartimentale”. 

Non che con una lesione del genere non si possa condurre una vita normale, ma scendere come un missile sulla pista delle Tofane alla ricerca di un oro olimpico non rientra nella vita normale. Richiede che l’eccezionale macchina-atleta sia perfettamente in ordine. Com’è finita probabilmente ormai lo sanno tutti: caduta spaventosa, paura, dolore, elicottero, ospedale… Poteva andare anche peggio. 

Johan Eliasch, presidente della Federsci americana, usa parole da ascoltare bene fino in fondo: “E’ una cosa tragica ma questo è lo sci purtroppo. Sappiamo cosa lei ha dato per il nostro sport e voleva esserci per una gara così importante per noi”. Attenzione: “Importante per noi”...

Lo sci sarà anche questo, la Vonn ha dato tantissimo e l’Olimpiade è più che importante. Ma c’è un punto che non dovrebbe essere mai superato ed è quello della tutela dell’atleta. Della sua salute e della sua vita. A un certo punto bisogna sapere dire no. Fermarsi. E se, per svariate ragioni non è in grado l’atleta di prendere questa decisione bisogna che qualcuno lo faccia al posto suo. 

In Italia, e in molti altri Paesi, l’idoneità è in capo al medico, di squadra o federale a seconda del tipo di competizioni. In America, invece, è l’atleta che decide. All’atleta spetta l’ultima parola. Quindi, in questo caso, se la Vonn – spinta dall’ambizione o dalla incapacità/paura di fermarsi – ha detto che se la sentiva di gareggiare, poteva gareggiare. Forse avrebbe potuto fermarla  la sua Federazione. Ma qui entrano in gioco gli interessi economici. Allora forse dovrebbe esserci un terzo, un medico della Fis, la Federazione internazionale, che valuti l’idoneità alla competizione. Perché troppo spesso quando è tardi, quando il tempo è scaduto, si parla di fatalità. 

Ma la fatalità, il caso, nello sport di altissimo livello non esiste. Ancora meno può essere una scusa. Poi, anzi prima, ci sono i dollari…

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