Varese contro la violenza di genere: come riconoscere e contrastare le parole d’odio

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VARESE – Una giornata di confronto tra accademici, professionisti, istituzioni e studenti per riflettere su un tema sempre più attuale: il legame tra linguaggio d’odio e violenza di genere. È quanto emerso dal convegno “Parole d’odio, radice della violenza di genere”, promosso da Amico Fragile e ospitato al Collegio Cattaneo dell’Università dell’Insubria, che ha approfondito oggi – giovedì 5 marzo – le diverse forme dell’hate speech e le nuove sfide poste dall’evoluzione tecnologica.

Le radici della violenza di genere

L’iniziativa ha registrato una partecipazione numerosa e attenta, con una significativa presenza di giovani e studenti universitari, segno di un interesse crescente verso i temi del linguaggio, del rispetto e della prevenzione della violenza. Ad aprire i lavori i saluti istituzionali di Francesca Ferrari, docente Insubria e direttrice del Teaching and Learning Center di ateneo; Rossella Dimaggio, assessore alle pari opportunità del Comune di Varese; Liliana Colombo, presidente di Amico Fragile. Nel suo intervento l’assessore Dimaggio ha sottolineato come il linguaggio rappresenti spesso il primo segnale di un clima culturale che può degenerare: «Le parole d’odio, per quanto temibili, sono almeno riconoscibili. Proprio per questo diventa fondamentale saperle individuare e contrastare, prima che si trasformino in comportamenti e violenze». Al centro del convegno il ruolo del linguaggio nella costruzione della cultura e delle relazioni sociali. «Le parole sono i mattoni con cui costruiamo la cultura, ha spiegato Liliana Colombo. Quando diventano parole d’odio iniziano a peggiorare il mondo, scavando il solco in cui affondano le radici della violenza di genere». Secondo Colombo l’educazione al linguaggio rappresenta uno dei primi strumenti di prevenzione: «I giovani, oggi, hanno una grande capacità di riconoscere i segnali dell’odio e questa consapevolezza può diventare una leva importante per cambiare prospettiva».

Odio online e vita reale

Tra gli interventi Paola Biavaschi, docente di diritto dell’informazione all’Università dell’Insubria, ha richiamato l’attenzione su alcune forme diffuse di violenza verbale e simbolica: «Il body shaming è spesso il modo più semplice e immediato per ferire, soprattutto online», ricordando come anche figure pubbliche possano diventare bersaglio di attacchi legati all’aspetto fisico. La docente ha inoltre citato fenomeni come mansplaining e gaslighting, dinamiche che svalutano e manipolano, incidendo su autonomia e percezione di sé. Un focus importante è stato dedicato al ruolo del digitale. Elena Ferrara, già senatrice, ha evidenziato come l’odio online non sia un fenomeno “separato” dalla vita reale: «L’odio non rimane online: quando cresce in rete, aumenta anche la violenza nella società e nelle strade». Nel suo intervento ha sottolineato la necessità di una responsabilità etica e umana rispetto alle tecnologie e ai meccanismi di amplificazione: «L’algoritmo non odia, ma privilegia ciò che genera coinvolgimento: e l’odio produce traffico». Ha inoltre richiamato l’importanza di non essere giudicanti, come adulti, verso le nuove generazioni, ma di accompagnarle con strumenti di consapevolezza e tutela.

La responsabilità delle piattaforme

Sul fronte della prevenzione e della formazione è intervenuta Elisabetta Brusa di Amico Fragile, sottolineando l’importanza di informare e prevenire: iniziative come questo convegno, ha rimarcato, sono parte di un lavoro continuativo di sensibilizzazione e formazione sul territorio. Tra gli spunti concreti emersi è stato citato anche l’approccio del “re-think”: soluzioni che aiutino a interrompere la spirale dell’odio prima della pubblicazione, come strumenti capaci di avvisare e filtrare quando si sta per inviare un messaggio potenzialmente offensivo. Quindi l’intervento di Giacomo Furlanetto, che ha approfondito il tema della responsabilità delle piattaforme digitali alla luce del Digital Services Act, il regolamento europeo che disciplina il ruolo dei grandi operatori online rispetto ai contenuti pubblicati. Nel suo intervento ha richiamato il noto caso mediatico “Mia moglie”, utilizzato come esempio per riflettere sull’efficacia degli strumenti normativi nel contrasto ai contenuti offensivi e alla diffusione dell’odio sulle piattaforme digitali.

Ai e deepfake

Il convegno ha affrontato anche le implicazioni giuridiche e tecnologiche dell’intelligenza artificiale. Il docente Davide Tosi, delegato di ateneo all’Ai, ha evidenziato come oggi si vada “oltre le parole”: «Assistiamo alla diffusione di deepfake e di milioni di contenuti falsi generati dall’intelligenza artificiale: serve un’ottica nuova, perché le tecnologie stanno cambiando profondamente il modo in cui l’odio può diffondersi e amplificarsi». Sul piano penalistico Fabrizio Piarulli ha richiamato l’attenzione su un nodo cruciale: l’intelligenza artificiale introduce un indice di imprevedibilità legato a decisioni automatiche basate su modelli. In ambito penale, ha sottolineato, diventa complesso ricostruire la catena causale tra input e output: l’errore non è necessariamente un’anomalia tecnica, ma può essere l’esito di analisi probabilistiche fondate su dati incompleti o conclusioni spurie.

L’impatto sui giovani

A chiudere la sessione pomeridiana è stato l’intervento di Cristina Mastronardi, psicoterapeuta di Amico Fragile, che ha richiamato l’attenzione su come l’odio e la cultura della sopraffazione possano emergere anche nei testi di alcune canzoni e nei contenuti diffusi online, collegandosi a fenomeni sempre più diffusi tra i giovani come il fraping e la sextortion, forme di ricatto e violenza digitale a sfondo sessuale che sfruttano immagini e dati personali. I lavori sono proseguiti nel pomeriggio con ulteriori interventi di approfondimento e una tavola rotonda dedicata al ruolo delle istituzioni e dei diversi ambiti professionali nel contrasto all’odio online e offline. Un confronto che ha messo in luce come riconoscere e contrastare l’odio, a partire dalle parole e dai nuovi strumenti digitali, rappresenti oggi una sfida culturale condivisa, che coinvolge scuola, università, istituzioni e società civile.

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