Mezza ruota. Un soffio dopo quasi 300 km di corsa. Uno spazio cortissimo e un tempo infinitesimo ma sufficiente a Tadej Pogacar per vincere la Milano-Sanremo e scrivere una pagina di storia del ciclismo. Tom Pidcock, suo straordinario rivale, ha un attimo di esitazione dopo una corsa perfetta. Un piccolo errore fatale nell’inatteso testa a testa con l’iridato in via Roma.
Pogacar ha la maglia stracciata, sanguina sul lato sinistro del corpo a causa di una caduta a poco più di 32 km dal traguardo. Si è a Imperia, all’uscita di una curva a sinistra nella quale, probabilmente, si arrota. Lo sloveno è il primo ad andare giù. Sembra che la corsa gli scivoli via. Invece il bruciore della pelle scatena il diavolo in corpo a Tadej, la sua ferocia agonistica è quella di un puma a caccia. Il suo compagno McNulty lo pilota sulla prima parte del gruppo che nel frattempo ha imboccato la Cipressa, la salita che nei piani tattici della Uae doveva essere il trampolino di lancio. A -26 chilometri da via Roma, ovvero seimila metri dopo la caduta, il campione del mondo, che ha messo la freccia e sorpassato tutti, è in testa al gruppo. Ganna prova a reagire, ma si capisce che il suo ritmo non è adeguato alle sue ambizioni. Van der Poel, anche lui finito a terra a Imperia, soffre, arranca. La sua bocca è piegata a sinistra in una smorfia di sofferenza. C’è solo Pidcock che ha il passo dell’iridato. Il due volte campione olimpico di mountain bike danza sulla sua Pinarello e non molla un centimetro. Pogacar spiana la Cipressa, con un po’ di vento contro, in 8’48”: dodici secondi meno del record stabilito lo scorso anno. Un dato mostruoso per un motore che pare non avere limiti di potenza. Ogni stagione sono manciate di watt in più. Pidcock, che passa in cima con lui ma era davanti ai piedi dell’ascesa, è salito in 8’57”. Già i dati. Qualche stolto fino a pochissimo tempo fa diceva che erano inutili, che non servivano a capire il ciclismo. Invece sono imprescindibili, necessari. Ma questo è un altro tema.
Torniamo in corsa dove ormai è evidente che la Classicissima se la giocano quei due davanti. Sul Poggio Tadej cerca di andarsene tre volte in salita e persino, in modo velleitario contro il miglior discesista al mondo, una in discesa. Tom lo marca in modo implacabile. La salita viene coperta in 5’42”, sei secondi più lenta del record. Ma stavolta più che la velocità conta la tattica. La selezione è già fatta, la corsa già chiusa.
Si arriva così in via Roma con Pogacar in testa sul lato destro della strada. Pidocock, che è veloce ma non un velocista, vede un varco verso la transenne e accenna uno scatto. L’inglese però non ha il coraggio di buttarsi in quello spazio angusto, perde una mezza pedalata e si rilancia a sinistra. È tardi. Pogacar vince in maglia iridata, l’ultimo a riuscirci era stato Giuseppe Saronni nel 1983. “Finalmente ho vinto qui – dichiara con gli occhi arrossati dalla fatica -. Sono emozionato. Non sapevo cosa aspettarmi perché non sono un grande esperto di volate testa e testa e Pidcock è veloce. “. Poi la forza di una battuta: “No, questa non è la mia vittoria più bella perché ho le ferite della caduta che mi bruciano”.
Molti esperti sostenevano che la Milano-Sanremo è la classica meno adatta a questo fenomeno. Basta leggere i risultati. mica essere dei grandi intenditori. Attenzione al ruolino di marcia su sei partecipazioni: 12° nel 2020, 5° nel 2022, 4° nel 2023, 3° nel 2024 e 2025, oggi il trionfo. Ognuno ha le sue convinzioni e queste nel ciclismo sono dure a morire.
Oggi terzo, a una manciata di secondi, il redivivo Wout Van Aert che al via era dato in forma approssimativa a causa dei guai invernali. Anche il belga era andato giù assieme a Pogacar, ma anche – tra gli altri – Jorgenson, Affini e Pellizzari. Il rientro dei Visma, però, è stato un dietro macchina da vergogna. In corsa, oltre alla giuria, c’è anche il Var: che nessuno abbia visto è impossibile. Forse sarebbe il caso che l’Uci, il governo mondiale del ciclismo, decidesse come ci si deve comportare in questi casi.
Giù dal podio, quarto, c’è Mads Pedersen. Quaranta giorni fa si era rotto clavicola e polso destro. Si è preparato per questo appuntamento con 27 ore alla settima sui rulli. Che corridore! Merita solo applausi.
