Violenze dei giovani e dittatura dell’apparire

giovani violenza deriva

Un’insegnante accoltellata in classe, davanti ai compagni di scuola, da un ragazzino che ha ripreso tutto come in un videogioco di guerra. Un padre ucciso davanti agli occhi del figlio, pestato a sangue da un branco di giovanissimi divenuti feroci come lupi. Due fatti di cronaca che non sono solo titoli di giornale, ma ferite aperte nel tessuto della nostra quotidianità. A Massa, la morte di un commerciante di 46 anni, colpito con una violenza inaudita davanti al suo bambino di 11 anni da un gruppo di giovani,  ci consegna l’immagine di una ferocia gratuita, esercitata come un diritto di sopraffazione. Dall’altra parte, l’episodio avvenuto in una scuola superiore a Trescore Balneario, dove un ragazzo ha accoltellato la sua insegnante nei corridoi, ha trasformato un luogo di crescita e apprendimento in una scena del crimine. In entrambi i casi, il dato che spiazza è la sproporzione tra lo stimolo e la reazione, sintomo di una psiche che non conosce più il confine tra il sé e il mondo.

Questi episodi rappresentano il punto di rottura di un sistema dove si è smarrito il centro. Oggi, il baricentro delle relazioni umane e del rapporto tra genitori e figli sembra essersi polverizzato sotto la pressione di una società che impone un diktat spietato: o “diventi qualcuno”, sei “invincibile” e seduttivo, o possiedi, “arrivi al top”, o sarai infelice, sarai dimenticato. Ma la società siamo noi. E ancora più di ieri, dopo generazioni cresciute a rinnegare apparentemente ciò che hanno vissuto loro, i ragazzi oggi crescono immersi in un ecosistema che li fa sentire fuori posto se non ricoprono determinati ruoli o se non esibiscono gli oggetti che segnalano l’appartenenza all’élite, ai fortunati, a chi ha ottenuto il successo spesso senza passare dal sacrificio, quando non è ereditato. È la dittatura dell’apparire che genera un’ansia da prestazione sociale dove l’identità non si costruisce più nell’interiorità, ma nel riflesso dello sguardo altrui, e che passa anche da relazioni sempre più svuotate del loro senso, che sono riti di passaggio, tacche da appendere alla parete, funzioni che vengono abbandonate quando smettono di essere utili, per “qualcosa di meglio”, ma quel meglio non è mai abbastanza, perché se non è “leggero”, se non è solo “up”, allora è sbagliato.

In questo vuoto, la genitorialità rischia di trasformarsi in una forma di assenza emotiva mascherata da iper-presenza materiale, da ruoli confusi, dalla necessità di sentirsi bene solo se i figli rispecchiano determinate aspettative. Si corre troppo, si è schiacciati dagli impegni, dalle paure, dall’incapacità di comunicare, non si lavora sulle proprie di emozioni, e allora si compensa: i figli devono sorridere a ogni costo, ricoperti di regali, opportunità, vestiti firmati e distrazioni continue. Tutto deve essere sempre al massimo, “top”, un’adrenalina costante che serva a spegnere sul nascere ogni barlume di disagio, così ci si sente “bravi”. Se si finge che vada tutto bene, allora andrà bene per forza, no?

Ma questo eccesso di “pieno” nasconde un’incapacità profonda dei genitori di gestire le emozioni “scomode”. Eppure, è proprio nell’attrito, nel limite e nel “no” che si forma l’individuo. La regola è stata demonizzata anche quando sana e utile, lasciando i giovani privi di una struttura interna. Si piana la strada, si eliminano gli ostacoli, si fa di tutto pur di non vedere i figli tristi, annoiati o scontenti. Si toglie loro l’esperienza fondamentale della frustrazione, della noia, del dolore e della rabbia, senza aiutarli a conoscerle e gestirle queste emozioni, come se l’amore dovesse avere un colore solo e la crescita potesse avvenire senza attrito. Questo magari, perché pur di non affrontare noi stessi quelle emozioni, i vuoti, le fatiche, ci raccontiamo che “riempiendo”, che materializzando situazioni che all’apparenza sono divertenti, luccicanti, “esclusive”, allora non può non andare bene. E invece sì. Perché la presenza, la radice, serve proprio quando qualcosa non va, quando c’è la rabbia, quando c’è la mancanza, la frustrazione e il dolore.

E poi c’è l’altro lato del problema, quando manca realmente la struttura, la capacità, la società non prevede reti di sicurezza. Non previene, non integra davvero e non apre a un dialogo autentico che vada oltre la superficie. E non è una questione di razza o di confini geografici, ma di ambienti che non comunicano più. Si formano gruppi che si “odiano” per la realtà alla quale appartengono, con una cattiveria, un’invidia e una spocchia, che nella società degli adulti è decisamente meno marcata rispetto al passato, o per lo meno all’apparenza si finge che sia così.

E proprio guardando al passato, senza voler esaltare la cosa in sé ma solo la sua funzione, il servizio militare obbligava a una convivenza forzata tra mondi lontani, insegnando la grammatica del vivere insieme. Forse, oggi, per recuperare questo senso della collettività, servirebbe un servizio sociale obbligatorio per tutti, già dalla prima superiore. Un’esperienza che costringa i ragazzi a uscire dalla bolla dell’io per entrare nella dimensione del noi, confrontandosi con il servizio, con la fatica e con l’altro, fuori dalle gerarchie del possesso e del successo ereditato. Fuori dalla miseria di affetti che arrancano, latitano, non sanno stare vicino. Dentro alla vicinanza, al supporto, alla solidarietà trasmessa con l’esempio, con il vivere a contatto con chi è diverso da noi, che soffre o è più felice. Uno scambio che ci riporti a quella umanità che abbiamo perduto. Solo così potremo sperare di restituire loro una libertà che non sia deriva, ma consapevolezza del proprio posto nel mondo.

giovani violenza deriva – MALPENSA24
Visited 118 times, 1 visit(s) today