Senaldi: «La provincia di Varese non si guarda più in faccia»

Gallarate Pietro senaldi intervista

GALLARATEPietro Senaldi, condirettore di Libero, sarà ospite domenica 19 aprile al Duemilalibri Off di Gallarate (ore 17, Sala Arazzi del museo Maga) per presentare “Sveglia!”, libro scritto insieme a Giorgio Merli per raccontare «le bugie che ci impoveriscono e le verità che ci arricchiranno». Alla stessa ora il giorno prima, sabato 18 aprile, il protagonista sul palco di via De Magri sarà Igor De Biasio, nuovo amministratore delegato di Enav, con “La leadership della fiducia. Fidarsi di sé, degli altri e della vita”. 

Gallarate Pietro senaldi intervistaL’intervista 

Secondo Senaldi, ignoranza, ideologia e interessi elettorali hanno prodotto un’economia rinsecchita in un contesto in forte arretramento. Non fanno eccezione la sua città d’origine e la provincia di Varese, che «rispetto agli anni Settanta e Ottanta soffre la crisi industriale». Un declino che non è solo economico, ma anche identitario: «È una realtà che guarda Milano, guarda la Svizzera e non si guarda più in faccia». Una trasformazione che, secondo Senaldi, racconta bene il destino di molte città del Nord: «Non dobbiamo rimpiangere il passato, perché non tornerà. Ma è evidente che questo passaggio verso un nuovo modello industriale qui è stato in parte fallito». Il nodo, spiega, è strutturale: «Quando hai un costo del lavoro di 35 euro l’ora, non puoi competere né con il Marocco o l’India, ma neanche con l’Europa dell’Est». Da qui la necessità di «produrre beni ad alto valore aggiunto, molto tecnologici», un salto che non sempre è riuscito. Guarda il video:

Il debito non ci arricchisce 

Da Gallarate all’Italia il passo è breve. Il cuore del libro è infatti una critica alle “bugie” che il Paese racconta a se stesso. «Siamo in una campagna elettorale permanente in cui ci promettono la luna, ma non ci dicono come arrivarci». Il risultato è un aumento continuo del debito: «Ci indebitiamo di 80-100 miliardi l’anno non per investire, ma per vivere, per sostenere il welfare e mantenere promesse elettorali». E qui sta il punto: «Il debito non ci arricchisce, ci impoverisce. Gli Stati sono come le persone: se ti indebiti devi farlo per crescere, non per sopravvivere». Anche il tema dei salari, spesso al centro del dibattito, viene letto in questa chiave: «È vero che i salari sono bassi, ma c’è un motivo: la produttività è bassa. Un lavoratore italiano produce circa 70 euro l’ora, uno scandinavo 180. È normale che venga pagato di più».

Non finiremo come Cuba 

Il giornalista non risparmia neppure un tema divisivo come l’immigrazione: «È una risorsa solo se porta valore aggiunto. Se invece sostituiamo lavoratori qualificati che emigrano con persone meno qualificate, il risultato è che ci impoveriamo». Una posizione netta, accompagnata da un esempio: «Se guadagni 100 mila euro e ti unisci a qualcuno che ne guadagna 50 mila, il reddito familiare cresce, ma tu sei più povero di prima». Il rischio, allora, è quello di un lento declino. «Non credo che finiremo come Cuba – dice – anche perché gli italiani sono ricchi, abbiamo 6 mila miliardi di patrimonio e un sistema produttivo ancora solido». Ma l’ottimismo è cauto: «Non siamo destinati a quel destino, ma non possiamo nemmeno permetterci di continuare così». La soluzione, conclude, sta in un cambio di paradigma: «Le piccole e medie imprese restano la colonna vertebrale del Paese, ma servono anche grandi investimenti, soprattutto in tecnologia e intelligenza artificiale». Senza questo salto, il rischio è di restare fermi: «Piccolo è bello, ma da solo non basta più».

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