di Andrea Minchella
VISTO
IL DELITTO DEL TERZO PIANO, di Remi Bezancon (Bazaar, Francia 2026, 106 min.).
Forse un film inutile. Ma, dopotutto, cosa non lo è? Questo “giallo” francese è ben fatto e, senza troppe pretese, rilassa e intrattiene con intelligenza e gentilezza. Il genere si amalgama con una grammatica lineare che rende la pellicola divertente e misurata. La commedia si tinge di giallo. Il “giallo” è solo un pretesto per restituirci un interessante ritratto di una coppia eterogenea che cerca, in maniera creativa e brillante, di rinvigorire il suo matrimonio naturalmente logorato dal tempo e dalla quotidianità.
Remi Bezancon realizza un omaggio quasi sfacciato ad Hitchcock e alla sua visione della suspense all’interno di una vicenda. I tre protagonisti, poi, rafforzano in maniera impeccabile una pellicola senza intoppi che, nella sua semplicità, ci riporta con dolcezza alle regole base del mistero e delle infinite possibilità di risolverlo. Meglio se con il proprio partner.
“Il Delitto del Terzo Piano” ricalca con astuzia un film epico di Woody Allen in cui due improbabili investigatori dilettanti, Allen e una magnifica Diane Keaton, si ritrovavano ad indagare sull’omicidio di una donna che viveva nel loro palazzo di Manhattan. Allen, in quel caso, prendeva tutta la filmografia “gialla”, e non solo, per rielaborarla con ironia e dissacrante retorica realizzando una commedia ancorata alla grammatica più rigorosa del film “giallo” sporcandola, però, con l’atmosfera irriverente e satirica che avvolge quasi tutti i suoi film.
Qui il lavoro si muove su due direzioni ben distinte, ma armoniose se inserite nel ritmo della vicenda. Da una parte la storia si adagia con grazia a “Misterioso Omicidio a Manhattan”, dall’altra c’è una suggestiva e quasi ossessiva riconoscenza drammaturgica nei confronti di Alfred Hitchcock e del suo “La Finestra sul Cortile” di cui questo film francese “ruba” gran parte degli elementi narrativi. Ma non solo. La protagonista Colette, interpretata da una incontenibile e bravissima Laetitia Casta, è una docente specializzata proprio della filmografia del maestro del “giallo”. Ogni pezzo della grammatica e dello stile del regista inglese diventa per lei uno spunto vitale per la sua esistenza. Il cinema di Hitchcock si trasforma nella lente per leggere non solo il probabile omicidio che si è consumato nell’appartamento del terzo piano, su cui Colette e il suo compagno Francois indagheranno, ma anche per decifrare il mondo che li circonda e le dinamiche affettive e sentimentali che li rendono ciò che sono.
Anche il compagno di vita di Colette, che è uno scrittore di romanzi gialli ambientati nel passato che affondano nella leggendaria letteratura della regina indiscussa Agatha Christie da cui tutto discende, si districa con leggerezza e dissacrante ironia nel buffo e rocambolesco tentativo di smascherare il loro vicino di casa.
L’omaggio palese ad Hitchcock raggiunge il suo massimo livello con l’inedita ed evocativa intervista irreale tra una giornalista (la stessa Casta con il nome di Clarice Starling) e un Alfred Hitchcock (ricreato dall’A.I.) che spiega con pacatezza e metodica il senso e la natura della suspense. Grammatica e scuola di cinema diventano una chiave di lettura preziosa per guardare il film cui stiamo assistendo e per tutto ciò che ci accade nella vita. L’amore e la sua quasi ossessiva ricerca, forse, sono i veri elementi sostanziali che si celano dietro i grandi successi del maestro del brivido. Proprio secondo Colette il grande rammarico di Hitchcock fu quello di non essere considerato un grande regista di storie d’amore tra coppie innamoratissime.
Insomma, questo cinema francese ha il suo chiaro scopo di intrattenere con leggerezza e garbo. Riesce a farlo completamente e quindi può essere considerato, per la sua coerenza e per la sua forma, un ottimo film da vedere al cinema. Meglio se con il proprio partner.
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RIVISTO
MISTERIOSO OMICIDIO A MANHATTAN, di Woody Allen (Manhattan Murder Mystery, Stati Uniti 1993, 104 min.).
Una delle migliori commedie del maestro newyorkese. Un po’ Hitchcock, un po’ Wells, un po’ Allen. Woody Allen cita il cinema e cita sé stesso (“Io e Annie”) in un viaggio surreale con Diane Keaton nella leggerezza di un mistero da risolvere con la persona che abbiamo accanto. Un racconto che mai invecchierà grazie ad una scrittura puntuale e fresca e ad un’interpretazione dei due attori che non teme il passare del tempo. Terapeutico.
