di Matteo Luigi Bianchi
La governance territoriale in Lombardia, e anche nella provincia di Varese, è oggi davanti a un bivio che non è più rinviabile. Il modello amministrativo costruito sull’autonomia comunale assoluta, ereditato da una lunga tradizione storica e politica, mostra sempre più chiaramente i suoi limiti strutturali. Non si tratta di una questione ideologica, ma di sostenibilità concreta dei servizi, delle competenze e delle risorse.
I comuni, soprattutto quelli di piccola e media dimensione della pianura e della fascia collinare, non riescono più, per ragioni demografiche, finanziarie, tecniche e normative, a reggere da soli la complessità amministrativa contemporanea. I vincoli di bilancio, la difficoltà di reperire personale qualificato, la crescente domanda di servizi pubblici efficienti e digitalizzati impongono un cambio di paradigma.
Eppure, qui sta il paradosso solo apparente: per difendere davvero l’autonomia dei comuni, occorre aggregarli. L’alternativa non è tra autonomia e centralismo, ma tra autonomia sostenibile e autonomia fittizia destinata a svuotarsi.
Sinora interventi “dall’alto”
Il tema della frammentazione amministrativa non è nuovo. Già Giovanni Giolitti, a inizio Novecento, denunciava la debolezza strutturale di un sistema eccessivamente polverizzato, incapace di garantire efficienza e modernizzazione. Nelle nostre zone, però, il tema ha anche una dimensione storica particolare: le aggregazioni comunali non sono mai state il frutto di un processo democratico e condiviso, ma quasi sempre di interventi “dall’alto”. Le due grandi stagioni di riduzione del numero dei comuni in Italia sono infatti legate a momenti ben precisi: il 1809, in epoca napoleonica, e il 1927, durante il regime fascista. Non proprio due fasi storiche riconducibili a modelli di democrazia partecipativa.
Questo ha prodotto un effetto culturale evidente: la mancanza di una vera tradizione di aggregazione volontaria, accompagnata da una diffusa diffidenza verso qualsiasi processo di riorganizzazione territoriale.

Obiettivo: sopravvivere
Eppure, oggi la realtà impone una riflessione diversa: non si tratta più di centralizzare, ma di sopravvivere come enti capaci di governare. Il punto, a questo stadio, è di sistema. Esistono essenzialmente due modelli alternativi in Europa. Il primo è il modello francese: tantissimi comuni, fortemente identitari, ma con competenze limitate e spesso dipendenti da livelli superiori di governo o da forme di intercomunalità che ne compensano la debolezza strutturale. Il secondo è il modello svizzero: pochi comuni, ma molto forti, dotati di reali competenze amministrative e capacità decisionale, frutto di un lungo processo di aggregazione e razionalizzazione territoriale.
L’Italia, e con essa la Lombardia, si trova in una posizione ibrida che rischia però di essere la peggiore delle combinazioni: troppi comuni per essere efficienti, troppo piccoli per essere autonomi davvero. E qui la conseguenza è netta: o si costruisce un sistema di comuni più grandi e più forti, oppure ai sindaci resterà soltanto il compito di gestire (e male) l’ordinaria amministrazione, mentre le decisioni vere si sposteranno altrove. Non esiste una via di mezzo stabile.
Il modello del Canton Ticino
Il modello interessante arriva dal vicino Canton Ticino, dove negli ultimi venticinque anni il numero dei comuni è stato dimezzato attraverso un processo strutturato di aggregazione. Il risultato non è stato la perdita di identità locali, ma un rafforzamento della capacità amministrativa e della qualità dei servizi. Come dimostra l’esperienza svizzera, la riduzione del numero degli enti locali non significa cancellazione delle comunità, ma costruzione di enti più forti, più competenti e più in grado di pianificare investimenti strategici sul territorio.
In Lombardia il quadro è ancora caratterizzato da forte frammentazione amministrativa e da una diffusa resistenza alle fusioni comunali, spesso sostituite da forme deboli o instabili di gestione associata. Eppure le esperienze di collaborazione dimostrano che una governance più integrata è possibile e produce risultati concreti in termini di servizi e capacità progettuale.
Il punto, tuttavia, non è moltiplicare le micro-alleanze, ma costruire anche un livello intermedio stabile, riconoscibile e funzionale. In questo senso, anche le Province non sono un residuo del passato, ma possono e devono tornare a essere snodi fondamentali di coordinamento, programmazione e supporto ai territori. Senza un livello sovracomunale forte, il sistema si frammenta e perde efficacia.
L’ identità territoriale
Un errore frequente nel dibattito pubblico è quello di considerare l’aggregazione come una minaccia all’identità dei territori. È esattamente il contrario: in molti casi, è l’unico modo per preservarla. Un comune che non riesce più a garantire servizi educativi adeguati, manutenzione del territorio o investimenti infrastrutturali perde progressivamente centralità e credibilità. Un comune aggregato, invece, può rafforzare le proprie scuole, migliorare la pianificazione urbanistica, ottimizzare la gestione dei servizi sociali. Per questo motivo, soprattutto in pianura e in collina, ha senso ragionare su ambiti comunali più strutturati, con soglie dimensionali più robuste, nell’ordine dei 15-20 mila abitanti. Le aree montane richiedono invece un approccio diverso, più flessibile e attento alle specificità territoriali.
Consenso sociale
Un passaggio decisivo riguarda anche il consenso sociale. È necessario che l’opinione pubblica maturi la consapevolezza che la qualità dei servizi viene prima della conservazione formale dei confini amministrativi. Se un bambino deve percorrere qualche centinaio di metri in più per raggiungere una scuola nuova, moderna e ben attrezzata, ma aggregata con il comune a fianco, questo non è un arretramento, ma un avanzamento in termini di qualità complessiva del sistema.
La sfida della governance territoriale non è tecnica, ma politica e culturale. Serve il coraggio di superare un modello ormai non più adeguato e di costruire una nuova architettura istituzionale fondata su comuni più forti, aggregati e coordinati, all’interno di un sistema multilivello che valorizzi davvero anche il ruolo delle Regioni e delle Province. Solo così si può garantire ciò che tutti dichiarano di voler difendere: l’autonomia dei territori, non come principio astratto, ma come capacità concreta di governare il cambiamento.
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