Essere madre è un’esperienza straordinaria. E’ come una tempesta in piena estate, una corsa a perdifiato giù per una collina, un tuffo in mezzo ai cavalloni estivi e, ancora, il silenzio di una coperta calda che sa di abbracci davanti al camino, d’autunno, o un canto sussurrato tra gli scintilli delle luci di Natale, mentre la neve cade fuori dalla finestra. Ma non è solo questo. E’ anche paure, incertezze, errori, senso di inadeguatezza, scissione del proprio essere in più funzioni che non ci perdoniamo (o non ci viene perdonato) di incarnare sempre al meglio, senza sbavature.
La festa della mamma è per antonomasia cuori, fiori, abbracci, regali, presenza e celebrazione. Coccola. E’ sempre bello festeggiare qualcosa che si è desiderato e costruito ma, oggi, è anche giusto parlare di come sia una sfida essere madri. Contro il tempo, contro il ruolo che rischia di fagocitare tutto e contro le aspettative che restano ancorate a una figura materna cristallizzata modello immutabile di devozione totale, di abnegazione, sottovalutando quanto sia necessario assumersi la responsabilità di sentirsi piene e realizzate come persone, per crescere donne e uomini di domani liberi, consapevoli e indipendenti.
La prima cosa da guardare dritta in faccia è che la maternità non sia né un diritto e né un dovere sociale, ma si porti dietro dei doveri, alcuni molto scomodi. In primis ci sono donne che non desiderano essere madri, e non meritano alcun giudizio, che eppure arriva, sempre. Ci sono donne che non ci riescono, dovendo convivere per sempre con il dolore della perdita, che solamente chi l’ha attraversato può capire e facendo pace con lo stigma sociale o con la curiosità morbosa sul “come mai”. C’è chi vorrebbe ma non ne ha avuto le possibilità, perché non se lo può permettere o ha avuto la grande intelligenza e umanità di non mettere al mondo un figlio con la prima persona utile, solo per soddisfare quel desiderio.
C’è chi lo è diventata e si è ritrovata sola, a far da madre e padre, tra pareti di silenzi e pacche sulla spalla “succede a tante, devi essere forte”, e chi lo è diventata con il cuore e non con la pancia, con un amore che va oltre la riconoscibilità fisica ma che deve lottare con gli sguardi di chi la vede una maternità di “serie B”, rimpiazzabile quindi e aperta a qualunque critica. C’è chi lo è diventata dopo aver attraversato corridoi di dolore, camici bianchi e attese, anni di pazienza, “da sopportare perché così fa una madre”, e non sempre con quel supporto di cui avrebbe necessitato. E’ c’è anche chi è diventata mamma nel modo in cui tutti lo immaginano, accade per fortuna, circondata da un amore totale, dalle spalle larghe e disponibili di un futuro padre che sa accogliere, accudire, essere presente come serve anche a lei.
Poi arriva la parte difficile. Quella tesa, complessa, di cui sempre troppo poco si parla e che nulla ha a che vedere con quella versione romantica fatta di fiocchi e sorrisi instagrammabili, che stride con le consapevolezze dei nostri tempi. E non solo per tutto ciò che riguarda il crescere nella pratica un figlio, i famosi “compiti” che sono molto lontani nella ripartizione da quella genitorialità condivisa che sarebbe una man santa per genitori, coppia e, soprattutto, per gli stessi figli. Ma per ciò che rappresenta il ruolo. Non solo un contenitore di accoglienza, un rifugio, fonte di amore incondizionato, di abbracci, di passi da tracciare, ma anche e soprattutto sfide. Quelle dove spesso la persona, la donna, si perde tra ciò che si aspetta da se stessa, tra le pretese del partner e tra quelle di un corollario di persone che hanno sempre il dito puntato, pronto a giudicare.
La vera sfida è restare in piedi, recuperare il terreno quando sfugge sotto i piedi, senza annullarsi, godendosi il tragitto, serene nel non dover essere o mostrarsi per forza sempre entusiaste e felici ogni singolo giorno. Ma esserci e comunicare. Dare amore nel modo più sano possibile, il che non è così scontato. Bisogna destreggiarsi tra la consapevolezza di essere il primo specchio per una figlia femmina, nel quale lei si rifletterà e con il quale si confronterà, anche competendo, e dal quale scegliere ad un certo punto di differenziarsi. Uno specchio che ha il dovere di mostrarle in che modo essere amata, rispettata, trasmettendole la necessità di mirare all’indipendenza senza spaventarla fino a impedirle di fidarsi dell’amore, quando lo incontrerà.
E’ necessario comprendere di essere, per un figlio maschio, la prima donna con cui si confronterà, consapevole che il modo di amarli sarà lo spartiacque tra il diventare la sua spinta verso il mondo o un guinzaglio. E su questo punto ancora leggiamo sulla cronaca nazionale l’esito di una interpretazione distorta di questo amore materno esclusivo e irraggiungibile, oppure distaccato e soffocante allo stesso tempo, che però “scusa” sempre, che giustifica tutto, spesso ad un prezzo altissimo, quello della devozione che non libera mai davvero. Quella stessa presunta “cura” che poi, una volta uomo, non permetterà a quell’individuo di entrare in contatto con l’altro fino in fondo, non sarà mai reciprocità, ma spesso bisogno di controllo.
Sì, esistono parvenze di amore materno che, in un silenzio operoso e famelico, finiscono per rubare la vita dei propri figli, trasformando l’accudimento o la sua assenza in una prigione di vetro, dove ogni respiro del figlio deve passare attraverso il filtro del loro giudizio, delle loro esigenze, della loro approvazione, di una proiezione di sé che non ammette repliche. È un amore che non sa farsi da parte, che occupa ogni centimetro di futuro disponibile, soffocando sul nascere il diritto allaribellione, alla necessaria divergenza, alla libertà di amare altrove. In queste stanze senza aria, la “lealtà” diventa un ricatto emotivo sottile, una catena invisibile che impedisce di diventare davvero indipendenti, costringendo i figli a restare eterni satelliti di un sole che non vuole tramontare mai.
In definitiva quindi, la grande fatica e missione di una madre, risiede proprio nella capacità di accettare la propria futura inutilità e il convivere con la fallibilità. Cercare di divenire albero che affonda radici profonde e nodose nella terra, per offrire stabilità quando infuriano le prime bufere, ma che al contempo protende i rami verso l’alto, indicando una direzione che non le appartiene. La radice nutre, ma non trattiene.
Insegnare la libertà, e questo vale per entrambi i genitori, significa avere anche il coraggio di dire dei no che pesano, di lasciare che i figli abitino la noia, che attraversino la frustrazione di un desiderio non esaudito nell’immediato, che imparino a rialzarsi dopo una caduta senza che una mano sia sempre già lì a sollevarli prima ancora che tocchino terra. Significa lasciarsi vedere imperfetti, saper chiedere scusa e insegnare loro a fare lo stesso, perché la crescita, la cura, sta sempre nel saper affrontare e riparare gli errori, non nell’evitarli.
È in quel vuoto, in quella mancanza di noi al centro della scena che dobbiamo saper tollerare, che si costruisce l’autonomia. Solo così, un giorno, quei figli liberi di trovare la loro identità e felicità ovunque desidereranno, potranno guardarsi indietro e vederci come un porto sicuro, non perché ne abbiano ancora bisogno per sopravvivere, perché sentono di dover soddisfare le nostre aspettative o pretese per ricevere affetto, ma perché hanno scelto, in totale e magnifica indipendenza, di volerci bene.
rigano festa mamma – MALPENSA24
