di Massimo Lodi
Riassumendo: diciamo che trattasi d’un Culturcramp. Una contrazione involontaria, sorprendente, dolorosa. Beh, dolorosa sì. Involontaria e sorprendente no. Il Culturcramp è quello che ha colpito la destra al potere, caso di Venezia Biennale. Aprire invece che chiudere ai russi, e agli israeliani e al codazzo dei Paesi in certezza o sospetto d’anti-democrazia?
Lì in Laguna ciascuno ha remato sulla sua gondola, come se di barche in acqua ce ne fosse un mucchio. Invece ce n’era una sola. Spieghiamo: il presidente della gran rassegna, Buttafuoco, ha compiuto la sua scelta, il ministro del settore idem, l’esecutivo ha preso atto. A cose, chiacchiere e decisioni ormai materializzatesi. Torniamo alle gondole: impensabile che premier, ministro, fondazione non fossero a bordo della medesima. E perciò: prima doveva riunirsi l’equipaggio, stabilire quale rotta seguire, infine cominciare la navigazione. Non il contrario: che ognuno potesse salpare cavalcando la propria onda, e ciaone belli di mamma.
Spettacolo imbarazzante, purtroppo su vetrina internazionale. Ultime formidabili scene: un ministro che c’entra zero con l’ambaradan, quello ai Trasporti Salvini, in visita entusiastica al padiglione russo. Il ministro deputato alla partita, quello alla Cultura Giuli, in visita meno entusiastica alla presidente del Consiglio. Un po’ stranita dal caos nella terra ex dogale, un po’ turbata dal licenziamento-shock di due alti funzionari del dicastero di Giuli da parte di Giuli stesso. Ahó, ma che roba è questa? Eh, appunto: ahó, ma che egemonia alternativa alla sinistra è questa della destra nel settore così agognato?
D’altra parte ormai si era in ballo e si doveva ballare, pur con musiche sgradite e passi imprevisti. A sostegno della costrizione, una verniciata d’opportunismo/realismo hegeliano, caro all’universo conservatore: “Hier ist die Rose, hier tanze”. Qui c’è la rosa, danza qui. Dunque la premier obbedisce, che deve fare se non obbedire? Ma quante spine, in tal rosa. E comunque, a ben vedere: di chi, se non di lei numerissimo uno a Chigi, è la responsabilità d’aver difettato in coordinamento nell’intera vicenda?
Si penserebbe che la capa di tutto indirizzi i sottocapi, che i sottocapi ne eseguano gl’imperativi dopo averli discussi, che l’insieme d’un progetto istituzionale prevalga su singole pulsioni, per benemerite che siano. Centralismo democratico? Centralismo pratico. Solo pratico. Tien conto del dibattito interno, tien lontane le dispute esterne. Cioè il danno d’immagine, nel caso specifico mica solo al governo italiano: alla comunità italiana.
Eludendo il centralismo pratico, s’è diffusa la sensazione d’uno spirito dilettantisico de noantri assai poco nascosto dal borotalco dell’autonomia di pensiero. Sì, d’accordo, viva le prerogative dell’individualità, ma quando c’è di mezzo il ruolo nazionale nel mondo, viva la sintesi di queste individualità e il loro riassumersi nel senso dello Stato. Nel rispetto delle arti, un’arte anch’essa. Primariamente da esercitarsi nella più importante stanza del potere tricolore. Da sempre, lì soprattutto c’è la rosa, da sempre lì soprattutto bisogna danzare. Gli altri sono coreografia. Se non lo sono, domina il Culturcramp.
