Il loro Dragone, il nostro Draghi: la via della sete

cina trump draghi
Donald Trump e Xi Jinping

di Massimo Lodi

La via delle sete? Ma sì. La via della sete. Sete di globalizzazione equilibrata, paritaria, concreta. Di solco ispirativo più cinese che americano, più storica che occasionale, più visionaria che affaristica. Benissimo che gli americani la percorrano assieme ai cinesi: senza sopraffarli, risultandone fiancheggiatori. Fifty fifty. Questo propone Xi a Donald. Xi, uno grosso come lui, grande più di lui. Grosso nel senso: pròvati a stalkerizzare quel gigante lì, come hai stalkerizzato un sacco di piccoli, fragili, deboli. Grande nel senso: gli leggi nelle rughe del volto, nei modi compìti, nella figura ieratica la storia. Ti piaccia o no la sua storia, la storia d’un Paese Celeste, ci siamo capiti. Hai capito? Nel volto dell’altro leggi la scomparsa della bulleria, l’ammiccamento furbastro, l’acquolina speculativa, idem-gocciolante dai diciassette (17) Ceo d’altrettanti colossi del dollarume, sbarcati a Pechino pro sé stessi, mica pro stelle e strisce. O meglio: se càpita, che gl’interessi di nazione quaglino pure con  gl’interessi di bottegone, ma è laterale. Non centrale.

Jinping evoca il Tucidide di secoli lontanissimi per aprire un secolo a suo avviso già apertissimo: il secolo asiatico. Non con voglia di dominio: con intenzione d’equità. Tanto da spiegare: noi e voi, China&United States, faremmo meglio a unirci anziché dividerci, è sempre un guaio quando le potenze egemoni vogliono contrastare le potenze in crescita. Non ci sono potenze e potenze. Ci sono potenze: se si rispettano, ne guadagna il mondo. Comunismo? Comunanza. D’interessi, certo. E però anche d’armonia. Armonia declinata come spirito funzionale a non graffiarsi corpo e anima. Il contemporaneista Donald resta spiazzato dal millenarismo di Xi. Non a caso -occhio ai simboli- il secondo riceve il primo nella Grande sala del Popolo (c’è un unico popolo sulla Terra?) e nel Tempio del cielo (c’è un totalizzante “su” che guarda un “giù”, con l’attenzione a far toccare gli opposti invece di farli confliggere? Secondo l’antica saggezza mandarina, sì).

I giornali americani spendono centesimi d’ironia. Il tycoon non più e solo indicato con l’acronimo Taco (Trump always chickens out, si tira sempre indietro) bensì e inoltre con l’inedito Nacho (Not a chance Hormuz open, zero possibilità di riaprire lo Stretto). Ovvero: ha fallito la strategia di questa guerra con gl’iraniani, e tirarsene fuori significherà tirar dentro il Cinese a modo suo. A modo del Cinese, svelto nel porre sul tavolo l’opzione Taiwan: mettetevi il cuore in pace (pace, ecco), è parte di noi e tornerà a esserlo.

La via delle sete? Ma sì. La via della sete. Segnalata a Est perché la si ridisegni a Ovest. Non gliela si può dare a bere in eterno, a una civiltà che affonda nel leggendario passato, e ha il respiro del perpetuo imprinting antico, e sa di poter aspirare -tramite superlavoro/superenergia- a una dimensione centrale nel presente, cogliendo l’attimo favorevole. Non più figlia minore in questo ventunesimo secolo, al sottopagato servizio del capitalismo rampante, ma figlia di rango eguale agli altri figli delle dinastie continentali, a iniziare da quelle privilegiate. Privilegiate? Prima sì, oggi meno, domani no di sicuro, se non ci s’intenderà sul ragionevole cambio di rapporto universale. Disarmato e disarmante, concettualmente.

Del resto, andando sul pratico: a chi, se non a un irragionevole megalomane il cui totem è sua onnipotenza il denaro, potrebbe risultare malaccetta l’intesa finalizzata a includere invece che a escludere, a smussare le punte invece d’acuirle, a pianificare assetti di pax/quies contrattabile piuttosto che inseguire chimere di comando tracotante, impolitico e antieconomico? La via della sete del Dragone è un po’ anche (un po’ tanto) la nostra, di noi Occidente, capovolgendo i termini: una sete di via. Sete di diverse vie. Lo ricorda ad Aquisgrana Draghi, omaggiato del premio Carlo Magno: via dal giogo superbo del trumpismo che ha stravolto la vocazione americana; via dalle tentazioni di riaccostamento subdolo ai russi; via dall’ipotesi che in Europa ciascuno possa far da sé invece che tutt’insieme (federalismo pragmatico). Via infine -questo non l’ha detto lui, l’han pensato di lui in molti- dal rifiuto che il nostro Draghi-Dragone sia collocato un giorno o sulla poltrona di Bruxelles della Von der Leyen, occupabile perché vale sempre il whatever it takes (si fa tutto quanto serve) o su quella del Quirinale d’un Mattarella che ne discenderà nel ’29. Abbiamo sete, e che sete, d’autorevolezza.

cina trump draghi – MALPENSA24

 

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