Il Giro ritrova Milano, ma sul traguardo più iconico esplode ancora il caos. Una tappa intensa, nervosa, giocata sul filo dei secondi e delle polemiche, con il gruppo che sbaglia i calcoli e lascia spazio a quattro attaccanti. Alla fine, però, a sorridere è il più veloce di tutti: Lavik, un norvegese capace di beffare tre italiani sotto il cielo della città simbolo della corsa rosa.
La Zampata
Milano non è un arrivo qualunque. È storia pura del ciclismo. Qui si respira il passato del Giro d’Italia, qui è nata la leggenda della corsa organizzata dalla Gazzetta dello Sport, qui il ciclismo ha scritto alcune delle sue pagine più memorabili. Eppure, ancora una volta, il finale è stato segnato dalle discussioni.
A raccontarlo con il suo stile diretto è Mario Cipollini, che non usa mezze misure: “Lo definisco un patatrac. Neutralizzare l’ultimo giro a 16 chilometri dall’arrivo è qualcosa che lascia inevitabilmente discussioni”.
L’ex campione del mondo, però, riconosce anche un aspetto positivo nella gestione della corsa: “Fortunatamente stavolta c’è stata più responsabilità. I corridori sono riusciti a rimanere agganciati alla coda del gruppo e in qualche modo si sono salvati capra e cavoli”.
Nel caos tattico finale, il gruppo ha commesso un errore fatale. I fuggitivi hanno trovato spazio dentro il circuito cittadino e il plotone non è più riuscito a chiudere. Un dettaglio che, secondo Cipollini, ha una spiegazione precisa.
“Dentro una città, con tutta quella gente, si crea una specie di tunnel. Davanti e dietro le velocità si equivalgono molto di più”, spiega l’ex velocista toscano. “In campagna basta una folata di vento per rallentare chi è in fuga, soprattutto se è già stanco. In mezzo ai palazzi e al pubblico, invece, il contrasto dell’aria cambia e le differenze si assottigliano”.
Il finale è stato dunque una questione di metri, di calcoli sbagliati e di nervi. Tre italiani avevano accarezzato il colpo grosso davanti al pubblico di casa, ma lo sprint del norvegese è stato devastante.
Poi Cipollini allarga il discorso e affronta un tema che divide il ciclismo moderno: sicurezza e responsabilità dei corridori.
“Le buche e le strade brutte ci sono sempre state”, dice senza giri di parole. “È giusto proteggere gli atleti, certo, ma questo fa parte del mestiere del ciclista. Oggi è la volata, domani è la salita. Bisogna anche prendersi le proprie responsabilità”.
Infine arriva la stoccata più personale, quasi nostalgica, contro alcune abitudini del ciclismo di oggi. Un’immagine che l’ex re delle volate proprio non riesce ad accettare.
“I corridori che vincono e poi si buttano per terra? Io non l’ho mai capito”, attacca Cipollini. “Ho fatto tantissime volate e non credo di essermi mai sdraiato una volta dopo il traguardo. Se vinci una tappa e hai tutte le telecamere addosso, goditi quel momento. Togliti il casco, fai vedere la faccia alla gente”.
E chiude con il sorriso amaro di chi appartiene a un’altra epoca del ciclismo: “La prima cosa che penserei sarebbe il body da 500 euro da non rovinare. Forse sono vecchio io, ma questa moda proprio non la capisco”.
