Due corse dentro la stessa corsa. È questa l’immagine più nitida lasciata dalla diciassettesima tappa del Giro d’Italia, una giornata vissuta su binari completamente diversi: davanti la battaglia vera, fatta di attacchi continui e uomini all’arrembaggio; dietro il gruppo dei big a controllare senza mai dare la sensazione di voler davvero chiudere.
La zampata
Secondo Mario Cipollini, “più che una tappa del Giro d’Italia sembrava una corsa esterna al Giro”, perché il gruppo “lascia andare, controlla, non interessa per i fini della classifica”. E così la scena se la prende una fuga di corridori forti e di spessore, capaci di trasformare la giornata in una gara nervosa e spettacolare.
Davanti succede di tutto. Scatti, contro scatti, rilanci continui. “Se la giocano alla maniera dei dilettanti”, osserva Cipollini, spiegando come “i più forti rimangono a galla, si seguono, si riprendono”. Un continuo rimescolarsi di equilibri fino all’azione decisiva di Michael Valgren, capace di trovare il colpo vincente sull’ultima salita.
Per l’ex campione italiano è stata “una stoccata da uomo forte e di spessore”, il sigillo di un corridore che “ha avuto una carriera limitata da sfortune e cadute”, ma che oggi “ha vinto una bellissima tappa”. Una vittoria costruita con esperienza, gambe e coraggio nel momento decisivo.
La sensazione di assistere a due gare differenti è rimasta evidente per tutta la frazione. “Quando le immagini inquadravano il gruppo sembrava tutto regolare”, racconta Cipollini, “mentre davanti una fuga con sei uomini si giocava la tappa con minuti di vantaggio”. Un contrasto netto, quasi surreale, che ha finito per rendere ancora più spettacolare la corsa degli attaccanti.
Resta invece l’amarezza per il ciclismo italiano, ancora una volta vicino al colpo senza riuscire a concretizzare. Le speranze erano riposte soprattutto in Damiano Caruso, generoso e combattivo come sempre, ma incapace di trovare il guizzo giusto. Cipollini riconosce il coraggio del siciliano, ma invita anche a una riflessione tattica: “Ci prova sempre tante volte, però forse sarebbe opportuno concentrarsi di più e fare in modo che tutte le energie confluiscano in un unico attacco davvero importante”. Perché, conclude l’ex velocista azzurro, “così rischia di essere dappertutto senza essere mai dove bisogna essere per vincere”.
