di Massimo Lodi
Motori già accesi ai box delle politiche. Che siano regolari (autunno del ’27) o che siano anticipate (primavera dell’idem ’27). Nella destra giorgiana si vuol sprintare per il cambio di legge elettorale (Melonellum o Stabilicum): colpo di spugna sui collegi uninominali, spazio al proporzionale con premio di maggioranza, indicazione del candidato presidente del Consiglio sul simbolo di ciascun partito. Alleati prudenti, timorosi, perplessi. Fi e Lega han paura d’essere subornati da FdI. Fifa ragionevole: la Lega dei realisti ipotizza d’uscire dal voto ben peggio che nel ’22, quando grazie al Rosatellum e agli accordi con GM si gratificò a colpi dei citati cu (repetita: collegi uninominali). Preoccupato, ma fino a un certo punto -come a proposito del diritto internazionale- è invece Tajani: il neo-sistema gli lascerebbe (soprattutto lascerebbe a Marina Berlusconi, main sponsor) mani libere per il dopo. Scuola Dc&Partners, Prima Repubblica: si vede in qual modo viene distribuito il favore degl’italiani, poi si decide da che parte stare.
Da che parte stare, circa una marginalità importante, deve decidere anche Meloni. Cioè, 1): tirar dentro Vannacci nell’alleanza o no, dato che non quaglia con Fi e Lega? Cioè, 2): allacciare trattative con Calenda o no, dato che quel fumino/centrino potrebbe marcare la differenza? Ideale sarebbe pigliarseli entrambi, ma Calenda come farebbe a smentire sé stesso, dopo il tanto d’avverso dichiarato contro Vannacci? Pronostico: il generale verrà in qualche modo federato: sta mietendo adesioni, specialmente al Nord, tramite una déja vu bossista resuscitato e corretto. Perché privarsi d’un simile apporto, che comunque potrebbe esser spiegato quale union sacrée in opposizione alla sinistra?
La sinistra, appunto. Lì sono ancora in alto mare, in tema di programma e nome per Chigi. Il programma è una scusa: quattro punti su cui mettersi d’accordo si trovano. La querelle è sul leader. Schlein o Conte o un federatore? Schlein non ci sta a mettersi da parte e guidare il rassemblement da regista, ascoltando l’autorevole suggerimento di Paolo Mieli; Conte giudica dovuto, ohibò, il suo ritorno nel Palazzo che presiedette due volte; del federatore nessuno vuol sentir parlare. Ma se Pd e M5S falliscono sul patto, la soluzione diventa obbligata. A meno che un sussulto di saggezza non prenda Dem, Pentastellati e soci: presentarsi uniti e liberi. Ovvero: una formazione d’area, ciascun partito raccoglie i suoi voti, il più accreditato dal consenso esprime l’aspirante alla successione meloniana.
Infine: un verdetto a sorpresa potrebbe scaturire da un non verdetto. Se destra e sinistra pari fossero a urne aperte, e dunque nell’impossibilità di governare, il presidente della Repubblica- qualora non sciogliesse subito le rinnovate Camere- sarebbe legittimato ad affidare l’incarico a un tertium datur. Il Ciampi o Monti o Draghi di turno, sostenuto da un pattuglione di unità o semiunità nazionale. Chiamasi variante di sistema a nome Tecnichellum: non senza giustificazioni, nell’emergenza di guerre perduranti e rovesci economici di nocività a lungo raggio.
