Il pagellone del consiglio comunale di Luino: protagonisti promossi e bocciati

LUINO – Alla fine è stata una sfida elettorale che ha offerto spunti, raccontato storie di persone – che hanno vinto o perso, non è importante – che ci hanno provato. Che hanno messo la faccia per la propria città, anzi per la propria comunità. E per questo tutti i singoli protagonisti meriterebbero un voto positivo. Ma se fosse così, il rischio sarebbe quello di sconfinare nell’ipocrisia, poiché sappiamo che poi, nelle pieghe di una competizione elettorale, c’è chi ha fatto meglio e chi no. Quindi, senza la pretesa di essere giudici inconfutabili, ma con l’auspicio di mettere sul tavolo qualche spunto di riflessione e dibattito, ora che con il primo consiglio in archivio si è chiuso il capitolo elezioni, proviamo a mettere in fila i promossi (e i bocciati) dei protagonisti in campo. Persone e partiti compresi.

Il pagellone

Andrea Pellicini 9 perché la perfezione non appartiene a questo mondo. Va detto però che ha plasmato un miracolo. Dalla discesa in campo alla chiusura delle urne tutti erano lì ad attendere il suo inciampo. Per due mesi ha camminato in equilibrio tra la disfatta e il successo. Pellicini, candidandosi, ha messo sul piatto gran parte del suo patrimonio politico (la presidenza del partito, la riconferma da deputato, il futuro in Fratelli d’Italia e anche la faccia nella sua Luino). E senza usare effetti speciali, con la melina fatta di lunghe riflessioni che lo contraddistingue da sempre, ha dimostrato di conoscere Luino come le sue tasche. “Mi candido e vinco”: fatto. “Ho una squadra fortissima”: fatto. “Sono uomo di parola e mantengo gli accordi”: fatto. E nessuno, anche dentro Fratelli d’Italia, ora può fiatare. Ora parla Pellicini! E detta anche la linea al centrodestra provinciale: «Andiamo a prenderci la Provincia con un presidente di Fratelli d’Italia». Chapeau.

Fratelli d’Italia 6,5 Nessun Fratello luinese si offenderà perché sa che gran parte dei voti li ha assorbiti il suo condottiero con una performance extra large. Il partito si è messo a disposizione come fanno i grandi gregari nel ciclismo quando devono scortare il campione. E anche qui, Andrea Pellicini ha allenato i suoi uomini a essere uomini di fatica, militanti capaci di lavorare in sordina anche con percentuali di consenso (a livello nazionale) molto alte. E non è un caso che a guidare i Fratelli sia Dario Sgarbi (nella foto), l’uomo che sempre dà voce ai pensieri di Pellicini per senso di squadra e non di sudditanza, l’uomo che per due mandati è stato assessore al Bilancio e a questo giro ha fatto un passo di lato in nome della squadra. Certo, i Fratelli qualche boccone amaro l’hanno dovuto ingoiare: ad esempio, nel consiglio eletto non se ne contano moltissimi. Ma conta il risultato di squadra, e la squadra è il centrodestra.

La Lega 7,5 Fosse ovunque come a Luino, il Carroccio nazionale godrebbe di ottima salute. Ma la realtà è un’altra. E dice che oggi la Lega, ovunque, deve fare di necessità virtù. E sulle sponde del Verbano ha fatto qualcosa di più: in fase di composizione della lista e divisione dei posti ha dovuto incassare diversi niet. Certo le ambizioni erano sconfinate, ma Pellicini con gentile fermezza le ha ridimensionate alla misura più confacente agli equilibri di squadra. Sta di fatto che a conti fatti i leghisti hanno portato un solo uomo in giunta, Alessandro Casali, con i gradi di vicesindaco. Ruolo che, sulla carta, gli darà grande visibilità; e il presidente del consiglio, Davide Cataldo. Oltre alla consigliera Sara Amalfi. Poco? Beh: la Lega ha eletto 3 consiglieri su 3 candidati e ha messo sul piatto quasi 600 preferenze personali. Di questi tempi…

Forza Italia 7 Due eletti, due assessori; più uno esterno (Liardo è di quell’area politica). Meglio di quanto recita il Manuale Cencelli. E questo basta per giustificare il voto di una forza politica che a Luino vive da tempo attorno al suo uomo di punta: Giuseppe Taldone, esponente che a volte incassa critiche nell’entourage azzurro, ma che a questo giro ha centrato gli obiettivi ed è riuscito a mettere la sua firma anche senza correre in prima persona: Roberta Longhi (ha incassato un ottimo numero di preferenze) è la sua consorte e in giunta non porterà solo il cognome del marito, ma anche esperienza e competenza. Insomma, se Forza Italia fosse un’auto, sarebbe come l’iconica Mercedes W124: un po’ datata, accogliente e dal motore instancabile e super affidabile.

Lombardia Ideale 7 Non li hanno visti arrivare. Un piccolo gioiello. I lombardi ideali, nella prima lista ideata dal centrodestra, erano esclusi. Nessuno aveva pensato a loro. Tanto che per inserire tra i 16 candidati De Vincenti e Guelli non sono mancate frizioni. Togliere due pedine per fare spazio ai referenti del movimento che nel tempo si è costruito un’autonomia politica non è stato facile. Eppure i vertici provinciali (Giacomo Cosentino e Leslie Mulas) non hanno mollato l’osso e hanno dato battaglia per vedere le proprie posizioni riconosciute. Ripagando la fiducia e meritandosi lo spazio ottenuto: i due candidati di Lombardia Ideale sono stati eletti entrambi e De Vincenti è capogruppo. Purtroppo il miracolo di trovare uno spazio in giunta è stato impossibile. Ma va bene così.

Partito Democratico e la sinistra 5 Hanno tremendamente sofferto il Vento del Verbano. Anzi, si sono dimenticati quanto l’arietta di lago, quando tira senza quasi farsi notare, sia infida per chi non ha con sé nemmeno un golfino per coprirsi. E se la sinistra, quella che non sta dentro al PD, ma nelle competizioni elettorali fiancheggia e supporta, a questo giro non si è fatta né sentire, né vedere. Nemmeno nel segreto dell’urna. Ma è il Partito Democratico local che forse avrebbe dovuto prendere in mano la situazione e suonare la carica. Invece: nada, se si pensa che è rimasta fuori dal consiglio anche la segretaria cittadina dei dem.

Vincenzo Liardo 8 Vince (qualcuno dice che avrebbe vinto qualunque fosse stato il risultato) senza scendere in campo: è assessore esterno con delega al Bilancio e agli Affari generali. Qualcuno si spinge oltre e dice che sarà il sindaco quando Andrea Pellicini sarà impegnato a Roma. A Liardo non manca certo il phisique du rôle e nemmeno l’esperienza. Conosce il palazzo a menadito: ci ha lavorato da funzionario ed ha alle spalle ruoli da consigliere e assessore. “L’uomo giusto al posto giusto”, l’ha definito Pellicini. “L’uomo necessario per mettere in fila i leghisti”, dicono le “malelingue”. Il guardiano del sindaco, diciamo noi.

Franco Compagnoni 7.5 Gigante dai piedi d’argilla, nel senso che, nonostante la forza del consenso elettorale, politicamente è stato soft (anzi, fin troppo signore) nel rivendicare quel ruolo che il popolo gli ha conferito e le logiche di partito gli hanno negato. Ciò non toglie quanto Compagnoni ha portato a casa per far vincere il centrodestra. Ieri – giovedì 11 giugno – in consiglio ha lisciato il pelo al suo sindaco, nonché presidente del suo partito. Ma al contempo gli ha addossato pubblicamente la piena responsabilità politica di aver optato per il suo taglio da assessore (in altre parole gli ha detto: “Pellicini hai la mia stima e fedeltà, ma se sbagli sono problemi tuoi”) e ha rivendicato “mani liberi” nella sua azione da consigliere. Insomma fin qui 7,5, ma se Compagnoni sarà di parola può ambire al massimo dei voti.

Enrico Bianchi 5.5 Se dovessimo dare un voto al coraggio sarebbe 10: nel suo primo mandato ha fatto opere necessarie, che molti suoi colleghi in altre realtà procrastinano finché non vengono messi spalle al muro dalla realtà, perché segnano in maniera indelebile il malumore dei cittadini, in quanto foriere di disagi lunghissimi. Che al momento di votare, forse, riemergono e pesano sulla scelta. Oggi l’elettore oltre alla disaffezione per la politica ha perso pure la pazienza. Non solo. E daremmo un bel 10 anche per il fatto che il centrodestra, una città storicamente di centrodestra, ha dovuto mettere in campo l’uomo più forte per battere un sindaco che, in fondo, 5 anni fa ha vinto per le divisioni altrui. Insomma, gli avversari non hanno sottovalutato il valore del sindaco uscente. Però il voto non può non tenere conto della sconfitta, delle frizioni e delle fratture interne, che, alla luce dei fatti, hanno pesato e non sono state assorbite e anche della sensazione di stanchezza che il gruppo ha lasciato trasparire quando sarebbe invece servito il contrario. Qualcuno direbbe che sono dettagli che non fanno la cifra di un buon amministratore. Vero. Come è vero che in questa politica liquida contano. E non correggere i dettagli fuori posto è un errore fatale.

Marco Massarenti 5 Paga e a caro prezzo l’entusiasmo dell’esordio. Era considerato l’underdog della competizione. Tutti, pure lui, attendevano l’exploit dentro il segreto dell’urna. Con calcoli che, forse, valevano nella politica di una volta, ma in quella contemporanea dove l’elettorato non è più sondabile prima del voto. Sta di fatto che se  ci si ferma al numero dei voti – era la prima volta – il voto cresce. Se invece si considerano le attese e le aspettative la lancetta del giudizio cala. Di parecchio. Ora in consiglio avrà modo di farsi le ossa e i compagni di avventura (Bianchi e Artoni) sono buone guide in quella che sarà – per le minoranze – una vera e propria attraversata del deserto.

Furio Artoni 5 Combattivo, preparato e con un’idea fissa in testa che per mesi, senza fare una piega e senza piegarsi, ha portato avanti: il “vero centrodestra sono io”. La storia ha detto che non è così. Eppure la sua idea, prima della venuta di Pellicini, non era così sbagliata. Forse troppo solipsistica, ma con fondate ragioni. Artoni poi non è riuscito a far fruttare nell’urna la sua vicinanza politica a Roberto Vannacci. Ci ha provato con il simbolo (ma il partito non c’è ancora e non ha avuto il via libera) e ha dovuto ripiegare sui colori vannacciani, che però non hanno lo stesso effetto del brand sugli elettori. È entrato in consiglio – l’ha detto lui – «per il rotto della cuffia» e non farà mancare il suo apporto (nel mandato Bianchi è stato il consigliere di opposizione più dinamico e sul pezzo). E poi? Artoni deve stare attento, perché corre anche il rischio di perdere il treno Vannacci nonostante, a queste latitudini, sia stato il primo a credere nel verbo del Generale.

Paolo Nicastri 6.5 Non ha mai avuto concrete chance di entrare in consiglio, ha sempre saputo che la competizione per lui sarebbe stata più dura del Tour de Giant, eppure ha preso l’avventura con il piglio giusto. Giovane e social, ha portato un’ondata di freschezza nella partita che avrebbe rischiato di essere polverosa. Ha messo sul tavolo idee. È fuori dal consiglio, ma, se ha voglia e stoffa, la politica per la città si può fare anche fuori dal palazzo e tra la gente. Coraggioso.

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