VARESE – L’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa varesina uccisa il 5 gennaio 1987 con 29 coltellate, continua a rappresentare uno dei casi più complessi e controversi della cronaca giudiziaria italiana. Un mistero che, a distanza di quasi quarant’anni, resta irrisolto nei suoi aspetti più profondi e che nel tempo ha continuato a generare nuove ipotesi investigative.
LA PUNTATA INTEGRALE
Tra i punti più delicati dell’inchiesta vi sarebbe quella che alcuni osservatori hanno definito il “peccato originale” dell’indagine: la convinzione, non suffragata da alcuna prova o indizio, che la missiva arrivata a casa Macchi il giorno delle esequie e contenente la poesia “In morte di un’amica” fosse stata certamente scritta dall’assassino. E ancora l’indagine incardinata su due possibili scenari: da un lato l’ipotesi di un aggressore sconosciuto, dall’altro quella di una persona vicina alla vittima, appartenente alla sua cerchia di conoscenze.
Binda vittima di malagiustizia
A riaccendere l’attenzione sul caso, anche a distanza di decenni, è stata la vicenda giudiziaria di Stefano Binda, accusato dell’omicidio. Arrestato anni dopo i fatti, l’uomo è stato condannato all’ergastolo in primo grado, per poi essere assolto in via definitiva con motivazioni giudicate particolarmente severe nei confronti dell’impianto accusatorio.
Il mistero e la battaglia risarcitoria
La complessa vicenda giudiziaria e investigativa è al centro dell’ultima puntata di “Dovere di Cronaca”, in onda su Malpensa24Tv, canale 410 del digitale terrestre, che ha ripercorso le principali tappe del caso e le sue ancora irrisolte zone d’ombra con il giornalista de il giorno e scrittore Gabriele Moroni e la vittima di un clamoroso caso di malagiustizia Stefano Binda che da anni si batte per ottenere il risarcimento per l’ingiusta detenzione subita per quasi 4 anni, precisamente 1.286 giorni.
