VARESE – Lo scorso martedì 7 luglio, nella Cripta della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Masnago, l’Associazione Popolari Varesini ha ripreso il proprio cammino di approfondimento e di riflessione attorno al Discorso di Sant’Ambrogio, tenuto dall’arcivescovo Mario Delpini nello scorso dicembre. Protagonista il mondo del carcere, con le contraddizioni e i drammi che porta con sé.
Le criticità nelle carceri
Non per niente proprio Delpini, nella sua lettera, metteva in fila tre grandi difficoltà. Innanzitutto il tradimento della Costituzione, nel momento in cui le condizioni reali in cui versano i detenuti e la gestione del personale di Polizia penitenziaria smentiscono i principi fondamentali dello Stato. Una reintegrazione impossibile, considerato che i percorsi di recupero sociale risultano impraticabili, trasformando le pene in una punizione fine a sé stessa. Infine gli effetti della detenzione disumana. Gli ambienti degradati e violenti non favoriscono il ravvedimento o il riconoscimento del male commesso, ma generano esclusivamente rabbia. Una serie di provocazioni che hanno trovato terreno fertile nei tre relatori intervenuti, capaci di portare un significativo contributo di crescita alla conoscenza e alla consapevolezza di questo argomento. Appena il tempo per il presidente della Fondazione Popolari Varesini Fabio Passera di introdurre la serata e tracciare il senso dell’impegno di coloro che vogliono continuare a testimoniare l’impegno del popolarismo sturziano, e si è entrati nel vivo.
Le testimonianze
Ha cominciato Sonia Caronni, criminologa e referente dell’area esecuzione della pena e giustizia riparativa per la cooperativa “Lotta Contro l’emarginazione”, che ha tracciato un quadro preciso del suo impegno all’interno delle carceri, attraverso corsi di recupero dei detenuti e di continua formazione verso gli agenti di polizia penitenziaria. Con un focus sui minorenni che crescono privati dalla libertà e colmi di una rabbia che finisce col diventare un viatico certo verso il mondo della criminalità. Con un accenno accorato ai discorsi che Papa Francesco ha sempre dedicato ai carcerati, dalle sue visite a Rebibbia fino alle celebrazioni dell’Anno Santo vissute in simbiosi verso chi il mondo lo conosceva dietro le sbarre. Altrettanto significativa l’esperienza di Silvia Polleri, imprenditrice sociale, che ha voluto portare un messaggio di speranza, parlando di un progetto che ha saputo cambiare il paradigma tra carcere e detenuti. Nel 2003 ha fondato nel carcere di Bollate una cooperativa di catering assumendo detenuti ammessi alle misure alternative. Nel 2015 nasce il ristorante InGalera, primo esempio all’interno di un carcere aperto al pubblico e gestito da detenuti. Da qui una crescita esponenziale delle persone coinvolte, sfociato addirittura in assunzioni regolari che continuano anche oltre il periodo di detenzione. Un messaggio di speranza, un modo per raccontare un epilogo diverso di tante, troppe storie tristi.
Un carcere diverso
Ci ha pensato l’avvocato Luca Carignola a riportare in primo piano il ruolo dei penalisti, spesso visti dai detenuti come l’unica ancora di salvezza verso un agognato miglioramento delle proprie condizioni di detenzione e di rapporto con l’esterno. Alla fine l’avvocato diventa l’assistente sociale, il confessore, colui in cui si depone ogni speranza. Con grandi disillusioni per tutti, avvolti da una burocrazia che non ha eguale nel mondo del pubblico impiego. Una serata avvincente, che ha coinvolto un pubblico attento e partecipe e ha dimostrato quanto sia attuale e prezioso l’impegno che sta guidando l’impegno dei Popolari varesini. «Sono felice di questa serata e del messaggio che porta con sé», dice Fabio Passera. «Abbiamo dimostrato che si può parlare di temi di grandissimo spessore senza cadere in uno sterile elenco di cose che non vanno. Per me la gioia è duplice. Ho sempre pensato che il ruolo dei Popolari deve andare oltre la semplice rappresentazione di un problema, ma la nostra storia e il nostro ruolo ci impegnano a trovare risposte politiche ai temi della nostra società. Questa sera l’abbiamo dimostrato: un carcere diverso è possibile, ma solo se tutta la Comunità lavorerà nella stessa direzione e non veda la detenzione come la fine di ogni problema. È solo l’inizio invece, e vale la pena ricordarselo».
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