LEGNANO – «Non riesco a presentare, ragazzi»: così si è scusato ieri, venerdì 10 luglio, con il pubblico del Rugby Sound Festival di Legnano un Samuel molto emozionato dopo che Subsonica e Casino Royale hanno suonato insieme “Re senza trono”. Una serata, come già annunciato dall’apertura dalla cantante Tära, all’insegna di un «mix culturale» espresso sia dalle collaborazioni sul palco dei tre nomi in cartellone che dalla musica eclettica e aperta a contaminazioni proposta da ciascuno. Senza dimenticare il sostegno, più volte dichiarato, alla Palestina. Uno dei tanti modi per festeggiare i trent’anni della band torinese: «Non potevamo farci un regalo migliore dell’uscita di un nuovo disco, “Terre rare”».
Una scaletta da combattimento
«Abbiamo optato per una scaletta da combattimento», ha fatto sapere Samuel dopoi i primi titoli. «In questo tempo abbiamo accumulato così tanti pezzi che è sempre difficile decidere quali mettere in lista e quali lasciare fuori». A fianco di classici di rock elettronico – “Tutti i miei sbagli”, “Discolabirinto”, “Nuova ossessione”, “Microchip emozionale”, “Nuvole rapide” e “Strade” – che hanno fatto ballare tutta l’Isola del Castello, non sono mancati estratti dall’ultima fatica, affiancati da video da video satirici creati con l’AI, come “Radio Mogadiscio” o “Ghibli”: «In questo periodo escono troppi ritornelli che dopo qualche mese non vogliono dire più niente. Ci siamo fatti anche il regalo di un viaggio in Marocco, a Essaouira, dove la musica ha invece un significato più profondo e viene vissuta come vera e propria rigenerazione. Abbiamo comprato degli strumenti locali – ghembri e qraqeb – che suoniamo in maniera maldestra. Ma sempre subsonica».
Anni Venti in cui si può scegliere
«Una band che ha seguito una traiettoria incredibile e che, facendo musica in un certo modo, si trovava in un Paese ostile»: queste le parole dei Casino Royale, «fratelli maggiori che hanno fatto la storia di Milano», al momento di suonare insieme ai Subsonica. Un attitudine certo non persa dai torinesi, come conferma la presentazione di brani nuovi come “Grida” o “Transumanesimo” – «parla di opportunismo. Di cavalcare l’onda ma cambiare idea appena cambia il vento. Sentivamo che ci circondava una tale energia negativa che abbiamo dovuto scriverne» – e più vecchi come “Il diluvio” ma anche l’omaggio a Battiato con “Up patriot to arms”.
“Straniero” ha visto il ritorno sul palco di Tära, «una ragazza italiana di origini palestinesi – così il chitarrista Max Casacci – che, citando i Sangue Misto, si sente straniera nella propria nazione. E qualcuno vorrebbe remigrarli ma non si sa bene neanche dove, dal momento che il governo italiano, schiena dritta, neanche riconosce lo Stato di Palestina. Tutto questo riporta indietro nel tempo, a quando i populismi si trasformarono in nazionalismi e di lì in razzismi e totalitarismi, con lo spettro di una parola che abbiamo imparato dopo, “genocidio”, a riaffacciarsi. In questo periodo si fa largo in Europa un’ondata nera. Quegli anni Venti li abbiamo studiati, in questi possiamo scegliere. Perché l’ultima volta non è andata benissimo».
«Un’eclissi non dura per sempre»
«Tutto sembra andare alle deriva in questo pianeta della società. Come dicono i Ministri, sono tempi bui. Uno stato di continua minaccia, la luce sembra spegnersi. Ma un’eclissi non dura per sempre», Alioscia ha così introdotto “Pronti al peggio”. «Vecchia scuola e nuova scuola, è tempo di rimettersi in marcia, fare un fronte comune contro ignoranza, intolleranza, paure e ombre del passato». I Casino Royale, «dal 1987 in missione speciale», hanno offerto prova del loro crossover tra dub, hip hop, elettronica e ritmi in levare con “Sempre più vicino”, “Guarda in alto”, “Suona ancora”, «come parti di una storia scritta trent’anni fa ma che parlano ancora dell’oggi, felici di rincontrarci ancora più vicino», e Samuel ospite per “Ogni singolo giorno”. “Anno zero”: «Abbiamo una prospettiva, ma non sappiamo dove finiremo. Chiedo autorizzazione: torre di controllo Rugby Sound Festival, ci siamo?». Il saluto finale di “Crx”, con la bandiera palestinese proiettata sullo sfondo, è stato preceduto da “Royale’ sound”: «Abbiamo giocato molto sul tavolo verde della musica. Ma essere qui con voi è una vittoria, grazie».
«Riumanizzare ciò che stanno deumanizzando»
«In Palestina oggi è un drone a fare da cometa. E Gesù di questo passo non sarebbе nato», ha cantato Tära in “Diaspora”, accompagnando con la danza la sua fusione tra r&b e melodie mediorientali. «Sono italiana e sento una forte connessione a questa cultura. Per esempio, sebbene non mangi carne di maiale, sento come mia la pasta alla carbonara», ha raccontato. L’obiettivo, ricercato con canzoni come “Araba fenice”, “Mezzaluna”, “Zefiro” ma soprattutto “Dunya”, storia della nonna originaria di Jaffa, «è portarvi nel mio mondo: vengo da una famiglia che è sopravvissuta alla Nakba. Nella mia musica c’è tanto dolore, tanta rabbia. E tanta resistenza. Voglio mostrare come è la Palestina, che siamo umani e vogliamo solo vivere: riumanizzare ciò che stanno deumanizzando».

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