Ci siamo dimenticati i dazi

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, ho letto con interesse l’intervista a Rudolph Giuliani, buon amico da oltre 40 anni di Trump, apparsa sul Corriere della Sera del 18 luglio. Sulla guerra all’Iran Giuliani afferma che era necessaria: «Il regime ha commesso atti di guerra contro gli Stati Uniti per decenni». E sulle elezioni di Midterm commenta: «La guerra è stata una scelta impegnativa… In America di solito contano di più le questioni interne. Quindi, la questione centrale alle elezioni sarà: come va la mia vita economica?».

Credo che abbia ragione per quanto riguarda l’ambiente americano, ma mi sono chiesto come stia reagendo il pubblico europeo, frastornato dal fragore delle armi in Medio Oriente e ai confini orientali dell’Europa e preoccupato dalla situazione economica generata dalla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz.

Il rumore della guerra ci ha fatto dimenticare il problema che ci ha afflitto fino a ieri: i dazi di quel “cattivone” di Trump. Nel 1971, quando Richard Nixon, un altro repubblicano, dichiarò l’inconvertibilità del dollaro, mettendo fine a un sistema che era stato il fulcro della stabilità monetaria del dopoguerra, fu considerato alla stregua di un tradimento della fiducia degli europei. Di fatto stracciava un patto fondamentale tra tutti i Paesi che usavano il dollaro come valuta internazionale e come riserva delle banche centrali. Allora si disse che era una crisi senza precedenti.

Un altro anno interessante fu il 1987, perché alla Casa Bianca c’era un altro repubblicano, Ronald Reagan, il quale praticava un protezionismo muscoloso nei confronti del Giappone. Il Giappone era la Cina di quel tempo, poiché invadeva l’America con i suoi prodotti, dalla siderurgia alle automobili, dagli elettrodomestici all’elettronica di consumo, mettendo in seria difficoltà diversi settori dell’industria americana.

Reagan reagì con diverse misure, persino più stringenti dei dazi, introducendo restrizioni quantitative e imponendo al Giappone di autolimitare le proprie vendite, ad esempio di automobili, spingendo multinazionali come Toyota e Honda a costruire stabilimenti sul territorio americano. Infine pilotò una svalutazione del dollaro e una rivalutazione delle monete più forti dell’epoca, lo yen giapponese e il marco tedesco.

Il rapporto Draghi, elogiato da tutti, ci ha raccontato quanto l’economia americana stia andando sempre meglio mentre l’Europa sembri ristagnare. È vero che oggi dobbiamo fare i conti anche con la crisi energetica. Non dobbiamo però dimenticare che esiste una distinzione fra ciò che accade ai grandi numeri del sistema-Paese e ciò che viene vissuto dalle singole categorie della popolazione.

Mentre l’America delle grandi imprese e della finanza di Wall Street ha vissuto un’età dell’oro grazie alla globalizzazione, intere fasce della popolazione americana l’hanno sperimentata in modo molto diverso. Per usare un’immagine semplificata, una parte importante della classe operaia americana, con i grandi accordi di libero scambio iniziati negli anni Novanta, si è trovata a competere con l’operaio cinese in Cina o con l’immigrato messicano arrivato negli Stati Uniti disposto a lavorare per salari inferiori. È questo il motivo per cui una parte dell’America ha iniziato a ribellarsi alla globalizzazione.

Ricordo che il protezionismo non lo hanno inventato gli americani. La Cina è entrata a far parte dell’economia mondiale con regole distorte a suo favore, che le hanno consentito margini elevatissimi di protezione (nel 2001 era ancora considerata un Paese del Terzo mondo). I protezionismi cinesi sono ancora oggi molto estesi: in numerosi settori strategici chi vuole investire in Cina deve scegliere un socio cinese al 50% e trasferirgli il proprio know-how industriale. In trent’anni la Cina è passata dall’essere la fabbrica mondiale di jeans e scarpe a quella di auto elettriche tecnologicamente più avanzate delle Tesla e meno costose.

L’Europa nasce essa stessa come una fortezza protezionista. Alla nascita della CECA, poi diventata CEE, la politica agricola comunitaria era fortemente protezionistica. Oggi il protezionismo più in voga è quello giustificato dalla superiorità morale dell’ambientalismo e del salutismo.

L’esempio più controverso è quello degli OGM, gli organismi geneticamente modificati. Occorre leggere ciò che ha scritto una vera autorità scientifica come la senatrice a vita Elena Cattaneo. Ha dimostrato più volte che gli OGM non sono dannosi per la salute umana. Anche anni di ricerche richieste dalla Commissione europea hanno confermato le sue tesi. Eppure rimangono vietati o fortemente limitati, perché una convinzione quasi “religiosa” di molti europei, convinti di proteggere la propria salute meglio degli americani, ha stabilito che gli OGM non debbano essere importati oppure debbano riportare avvertenze tali da scoraggiarne il consumo. Questo è uno degli esempi che fanno imbestialire gli americani.

Questo è anche il momento in cui la democrazia americana mostra maggiormente il ruolo delle lobby, altro tema sul quale esistono molti pregiudizi. Le lobby negli Stati Uniti sono legalizzate, agiscono alla luce del sole e rappresentano uno dei meccanismi attraverso cui gli interessi economici si manifestano in modo trasparente.

Molte lobby sono antiprotezioniste, non vogliono i dazi e spingono Trump a farne un uso il più possibile tattico e negoziale, per arrivare rapidamente a compromessi e accordi con i vari interlocutori, a partire dall’Unione europea. Esistono però anche lobby protezioniste: alcuni settori industriali maturi o in difficoltà, come la siderurgia americana, chiedono protezione. Altri, come l’agrobusiness, sono invece liberisti e non vogliono una guerra commerciale.

Non tutto quello che è accaduto è disastroso: alcune conseguenze stanno già andando in una direzione più positiva. I macro-squilibri del commercio mondiale sono reali e non dipendono soltanto dai dazi o dai protezionismi, visibili o nascosti, ma anche da modelli di sviluppo profondamente diversi.

Ci sono Paesi come Cina, Giappone e Germania che hanno costruito la propria crescita sulle esportazioni. Ciò significa una domanda interna relativamente più debole e uno sviluppo trainato soprattutto dai mercati esteri. Il consumatore più spendaccione del mondo resta quello americano, che acquista enormi quantità di beni.

La risposta più virtuosa sembra arrivare dalla Germania di Friedrich Merz, che si sta preparando a modificare il proprio modello di sviluppo, puntando maggiormente sulla domanda interna. Una buona notizia per l’intera Europa.

Cari amici vicini e lontani, alla fine di queste considerazioni dobbiamo concludere che «non tutto il male viene per nuocere».

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