NOVARA – Alla vigilia di due momenti importanti nella vertenza Radici Chimica, esplosa nei giorni scorsi, Malpensa24 ha incontrato Christian Bertuletti, segretario generale della Filctem-Cgil di Novara. Domani è in programma un incontro in Confindustria con la proprietà e subito dopo si parlerà del tema in Consiglio comunale grazie alle mozioni presentate dal Pd (che ha depositato un analogo documento anche in consiglio provinciale) e da Alleanza Novarese – Futuro Nazionale.
Segretario Bertuletti, partiamo dall’inizio. Come e quando si è aperta questa gravissima crisi alla Radici Chimica?
Praticamente il 15 luglio scorso le RSU sono state convocate dall’amministratore unico Rodolfi per conto del fondo americano Lone Star, che ha acquisito l’azienda. Ci hanno comunicato la decisione di chiudere quasi metà del sito: gli impianti di acido nitrico, adipico tecnico e adipico puro, insieme ai laboratori Mabel, ai servizi di giornata, al laboratorio qualità e alla logistica.
L’impatto è drammatico: parliamo di ben 140 esuberi, che significano poco meno della metà dei dipendenti dell’intero sito di Novara. Come sindacato abbiamo subito proclamato lo stato di agitazione e avviato una serie di assemblee con i lavoratori, che si sono concluse venerdì.
Vi aspettavate una decisione così drastica da parte della proprietà?
Non ci aspettavamo sicuramente la chiusura di quegli impianti. Eravamo e siamo tuttora consapevoli della vetustità di alcune di queste strutture, ma una scelta del genere è stata un vero e proprio fulmine a ciel sereno.
L’azienda ha formalizzato l’avvio della procedura. Dal punto di vista legale e dei tempi, cosa dobbiamo aspettarci adesso?
Ci è arrivata la notifica di una procedura di legge specifica. Non si tratta della classica 223 del ’91 sui licenziamenti collettivi, ma della normativa sulle delocalizzazioni introdotta il 31 dicembre 2021 per le aziende con almeno 250 dipendenti.
Questa legge prevede tempi un po’ più lunghi. Entro 60 giorni l’azienda deve presentare a noi, alla Regione, al MIB e al Ministero del Lavoro un piano dettagliato per la gestione degli esuberi. La procedura in totale può durare fino a 180 giorni.
Domani sarete in Confindustria. Quali saranno le vostre priorità in quell’incontro e nelle fasi successive?
Dobbiamo incontrare il fondo prima di tutto perché, oltre al piano di gestione degli esuberi previsto dalla procedura, vogliamo capire qual è il loro reale piano industriale per il futuro dello stabilimento.
Per noi la priorità assoluta è capire chi sia ricollocabile negli altri reparti e, naturalmente, puntiamo e ci auspichiamo l’attivazione della cassa integrazione straordinaria. Dopo il passaggio in Confindustria di domani con l’amministratore Rodolfi, la discussione si sposterà a livello ministeriale con una convocazione in videoconferenza presso il Ministero del Lavoro e il MIMIT.
Novara ha una grandissima tradizione nel settore. Quanto è pesante questo colpo per il territorio?
La preoccupazione è altissima, sia da parte nostra che tra le lavoratrici e i lavoratori. Parliamo del dimezzamento della forza lavoro di un sito storico e vitale per la chimica novarese e per tutto il territorio piemontese: un dato assolutamente allarmante.
Il tempo stringe anche perché il 3 agosto la Radici Chimica fermerà le attività per la chiusura estiva aziendale, e sappiamo già che la vera e propria partita sindacale si riaprirà a pieno ritmo a settembre. Parallelamente agli incontri tecnici, serviranno tavoli istituzionali per capire cosa la politica locale e nazionale possa fare per arginare questa situazione.
Quali sono le motivazioni economiche addotte dal fondo per giustificare questo ridimensionamento?
L’azienda ci ha comunicato una pesantissima riduzione dei volumi di vendita e del fatturato. Non è una crisi nata ieri: dal 2019 a oggi il fatturato è crollato di oltre il 60%, e i segnali c’erano già nel 2022 quando siamo dovuti ricorrere alla prima cassa integrazione.
Radici Chimica sta pagando il prezzo che oggi sconta tutta la chimica italiana: il peso insostenibile dei costi energetici, il rincaro delle materie prime e una concorrenza mondiale spietata. A questo si aggiunge la crisi profonda del settore automotive, che ha impattato tantissimo e ha trascinato verso il basso tutte le aziende che producono componenti legati alla filiera dell’auto, proprio come Radici.
Allargando lo sguardo, il caso Radici sembra lo specchio di una crisi più generale della chimica di base in Italia. Cosa rischia il nostro sistema industriale?
Il rischio reale è una deindustrializzazione profonda e irreversibile del settore. La chimica di base in Italia è schiacciata dalla dipendenza dalle materie prime e da costi energetici fuori mercato.
Serve urgentemente una vera politica industriale nazionale per sostenere questo comparto, che non è isolato, ma rappresenta la filiera essenziale e il punto di partenza per moltissimi altri settori chiave, come l’automotive, la plastica e la farmaceutica. Purtroppo, in Italia sta avvenendo l’esatto contrario, e la vicenda Radici ne è la dimostrazione.
