LEGNANO – Hola, Manu. Quando canta e suona Manu Chao, il suo popolo balla. È come un richiamo la sua chitarra infinita. Anche al Parco Castello, in questo angolo di Lombardia, a due passi da Milano, sono arrivati in seimila – sold out – per ascoltare José Manuel Arturo Tomás Chao Ortega, detto Manu.
Sold out
C’erano tutti. C’erano quelli che hanno amato i Mano Negra e li portano ancora nel cuore. C’erano quelli che hanno visto nascere e morire quel mix incredibile di sonorità punk-rock-latino-reggae-africane che ha dato vita alla patchanka. C’erano quelli che hanno ballato e pogato con le feria furiosa dei Radio Bemba e infine quelli che, dopo la Próxima Estación: Esperanza, si sono sintonizzati su La Radiolina. Insomma c’erano tutti, anche giovani e meno giovani per un concerto che resterà nella storia del Rugby Sound e di Legnano.
E lui, Manu Chao, non ha deluso. Ha suonato accompagnato da una chitarra, dalle percussioni, da una tromba e da un trombone. In cinque sul palco che per due ore abbondanti hanno fatto musica senza quasi mai prendere fiato facendo ballare, ricordare, pensare. Una parola: vivere.
Viva Maradona vive
Manu Chao ha di fatto suonato un’unica lunghissima canzone, con la sua chitarra a dettare il ritmo, l’altra ad accompagnare in piena sintonia, le percussioni a dare e cambiare il ritmo e i fiati a ricamare e rievocare. E dentro quella che è stata una lunghissima colonna sonora, Manu Chao ha diluito le parole delle sue canzoni. Quelle recenti e e quelle meno recenti che hanno scatenato il pubblico.
E così Bongo Bong, che già era il risultato delle metamorfosi di King of Bongo dei Mani Negra, rinasce come l’araba fenice in una nuova versione che si può ascoltare solo dal vivo. Come Malavida, Malegria, Je ne t’aime plus, Bienvenida a Tijuana, Lagrimas de oro. Perle che il cantante basco-francese diluisce come un perfetto un alchimista in una sonorità che è un marchio di fabbrica. Non sono mancate Clandestino e Me gustas tu e nemmeno La Vida Tómbola, con tanto di “puta Fifa” e l’omaggio al Pibe de Oro Diego Armando Maradona.
Hola, Manu
Il campionario musicale di Manu Chao sulla carta non ha sorprese. Ci sono anche i suoni e le voci campionati raccolte per il mondo. E anche le sue frasi fanno parte di un linguaggio che il suo popolo conosce bene. Eppure anche a questo giro il cantante che ha sferzato la scena musicale degli Anni Novanta e che non si è fatto fagocitare dalle major della musica regala qualcosa di nuovo. Qualcosa di rinnovato e inaspettato. Chao ha la singolare capacità di piegare i suoi testi alla sua evoluzione musicale che da punk rock si è fatta prima latina e ora, meno furiosa, ma più armoniosa e delicata. Certo, sotto il palco c’è chi poga, ma senza la rabbia fisica del passato.
E mentre sul pratone la gente balla, lui sul palco sembra divertirsi a dispensare quella che lui ha definito la «mia medicina», cioè la sua musica. E con questa dialoga con il pubblica. Senza i trucchi dei cantanti moderni, senza gli inganni dell’auto-tune. Lui è perfetto, nell’imperfezione del tempo che passa, ma che non ha fiaccato il suo sorriso aperto e la sua energia vitale, nella ripetitività a volte ossessiva dei tormentoni – la canzoncina di Pinocchio – che ripropone più volte durante il concerto e facendo cantare e saltare i seimila del Parco Castello. Lui è Manu Chao, cantante che sprizza energia e si diverte con la sua chitarra, con i suoi musicisti e con il suo pubblico. Grande o piccolo che sia. E quello del Rugby Sound, ieri sera, è stato immenso. Hola, Manu.
