Un amico e collega che conosce a fondo vetrine e retrobottega della politica locale taglia corto sui movimenti di queste ultime settimane con destinazione Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: “Per molti di coloro che vi approdano – afferma il nostro amico – si tratta più che altro di occupare spazi vuoti”. Per dirla in un altro modo, l’obiettivo è sfruttare le nuove occasioni elettorali, di visibilità e di eventuali ruoli apicali preclusi loro da altre parti.
Tranchant, non c’è dubbio. Ma è difficile pensare che nelle scelte di coloro che arrivano alla corte del Generale faccia premio soltanto la spinta ideologica, con le ombre di una politica estremistica, di una destra che plaude alla X Mas e, quindi, a un passato poco affine alla democrazia. Fascismo? Neo-fascismo? Potremo misurare più in là il grado di omologazione o soltanto di richiamo nostalgico all’orbace e al manganello, ancora presto per dare risposte definitive, benché le premesse siano abbastanza esplicite.
Rimane il dato di fatto di un partito che, anche in provincia di Varese, è in rapida ascesa. I vannacciani ai gazebo sono i primi a restare stupefatti per l’interesse suscitato nell’opinione pubblica: “In meno di un’ora abbiamo rilasciato trenta tessere di adesione. Una cosa mai vista prima”. L’entusiasmo è diffuso, i sondaggi danno Futuro Nazionale su percentuali importanti, più che sufficienti per condizionare il centrodestra sia prima sia dopo la conta alle urne, quando sarà necessario valutare le alleanze per non concedere strada alla sinistra. Un bel problema per Giorgia Meloni, Antonio Tajani e, soprattutto, Matteo Salvini.
Nel frattempo Vannacci si muove con una carica politica foriera di prossimi posizionamenti di rilievo a livello nazionale e locale. Pensiamo alle elezioni tra meno di un anno, a quelle amministrative nelle nostre città. Come si disporrà Fn e come ne accetteranno la presenza Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia? Abbozzare non è possibile, significherebbe cedere alla potenza di fuoco (alle urne) degli uomini del Generale. I quali, prestando orecchio ai si dice, sono già sul piede di guerra, anche per quanto concerne i loro rapporti interni.
C’è chi sussurra di prime crepe, di scazzi sulle nomine gestionali, dei “tocca prima a me”, di personalismi e primogeniture, velleitarismi e presunzioni che rischiano di minare sul nascere l’affidabilità del neo movimento politico. Al punto che sia arrivato l’ordine (appunto, l’ordine) di non portare fuori nulla di quanto succede nelle riunioni e nei conciliaboli in house. Silenzio stampa e marciare uniti: un due, un due, ritmo!
Normale? Normale quando si cresce troppo in fretta, come un fiume in piena che si fatica ad arginare. Quando il massiccio apporto di “gente nuova” forma una compagine eterogenea e rischia di favorire la più classica delle crisi di crescita, specialmente se manca ancora un organigramma preciso, al quale tutti, chi più chi meno, vorrebbero offrire il loro contributo personale. Magari senza le necessarie capacità né di mediazione, né di storia politica e amministrativa, né di competenze e autorevolezza. Il Corriere della Sera va sul pesante, parlando addirittura di “Corte dei miracoli”, lo stesso Generale aveva evocato “Quella sporca dozzina”. Adesso, più che mai, ha bisogno di colonnelli all’altezza di un contesto che non fa sconti, che abbatte chi non ha i titoli per decidere, analizzare e capire le mosse giuste. Per non deludere subito un elettorato magari di bocca buona, che va di pancia, ma che ci mette un amen a cambiare direzione. Per saperne di più chiedere a Beppe Grillo, Matteo Renzi e Matteo Salvini.
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