di Alessandro Mammone
BUSTO GAROLFO – Un’arena gremita, un’atmosfera incandescente e una lezione di pura tecnica rap e hip hop che hanno fatto scaldare il cuore di centinaia di appassionati. Mattak conquista il Live Music Festival di Busto Garolfo con una performance folgorante, mandando letteralmente in delirio il Parco Comunale. «Vengo da una settimana intensissima – ci aveva rivelato prima dell’esibizione – giovedì a Pisa, ieri a Venezia e oggi qui. È impegnativo e diciamo che sia io che Funky Nano non siamo proprio due persone tranquillissime, ma quando si sale sul palco l’energia ripaga sempre tutto».
L’intervista
Prima di salire sul palco e infiammare la folla con le sue metriche affilate e i suoi pezzi più introspettivi, l’artista si è raccontato in un’intervista esclusiva ai microfoni di Malpensa24. Dopo aver raccontato le sue origini, la sua storia e il suo rapporto viscerale con il rap fin da quando aveva 14 anni, Mattak ha parlato a cuore aperto della sua musica e dei suoi progetti futuri.
Da dove nasce il nome Mattak e quanto c’è di Mattia Falcone in questo progetto?
«Mattak era il mio soprannome di quando giocavo a calcio, storpiavamo i nomi mettendoci “hack” alla fine. Quando si è trattato di scegliere un nome d’arte ne ho provati diversi, ma non li sentivo miei. Creare un nickname che non c’entrasse nulla con me lo sentivo come una forzatura. Non mi piace fingere o credermi qualcosa che non sono, quindi ho tenuto il mio soprannome di sempre».
Partendo dal Canton Ticino, nel 2014 arriva la svolta con la vittoria del contest Join the Crew di Machete. È stato il vero trampolino per l’Italia?
«Assolutamente sì. In quel periodo fioccavano i contest online e io, essendo svizzero, cercavo di sfruttare ogni occasione per farmi sentire in Italia. Alla fine ho vinto quello più grande, a cui partecipavano tre quarti della scena di oggi. Mi ha aperto le porte per l’Italia e mi ha permesso di crearmi la prima fanbase che ancora oggi mi segue».
Sei partito come una macchina da rime e metriche serratissime, ma con l’album Obert hai mostrato un lato molto più intimo. Come si è evoluto il tuo stile?
«Non penso di aver cambiato granché del mio stile, l’ho scritto per necessità perché non stavo bene. Penso che per un artista fare un disco più conscious e intimo sia sinonimo di maturazione: non si può continuare a fare solo metriche, ci sta dare messaggi e sfogarsi su cose reali. Ho cercato di fondere il contenuto con la tecnica che mi contraddistingue. L’arte non va forzata: odio andare in studio tutti i giorni come fanno tanti. Io scrivo solo quando ne ho davvero bisogno, altrimenti non esce il livello che piace a me».
Nel tuo percorso ci sono state tantissime collaborazioni. Ce n’è una che ti ha lasciato qualcosa in più anche a livello umano?
«Con Nayt c’est stata una grande intesa. Al di là della collaborazione musicale in sé, quando ci siamo conosciuti ho scoperto una persona di cuore. C’est stato un momento in cui avevo un problema e lui mi è stato vicino a livello personale, e questa è una cosa per nulla scontata in questo ambiente».
Dal 2023, anno della release di Obert, non esce un tuo album solista. Quali sono i progetti futuri?
«Più che un album da solista, stiamo lavorando a un nuovo mixtape io e Funky Nano per la saga Poche Spanne. Siamo una crew vera e propria, quindi sarà un progetto carico di soli banger. Stiamo ritornando un po’ alle origini perché avevamo semplicemente voglia di divertirci».
