Viaggio in Mauritania (seconda parte): Chinquetti, patrimonio Unesco tra le dune

Atar, lo snodo. L’unica vera ragione per arrivare qui è che Atar è lo snodo viario della Mauritania. Da qui si parte per andare a toccare il cuore del Desert de sable o per puntare verso Nord. Il sole che picchia non brucia la vitalità della città. Il mercato è il centro della vita quotidiana, un formicaio disordinato alla vista del turista, ma chi lo vive quotidianamente riconosce ritmi, strade e piccoli dettagli che sorprendono solo l’occhio non avvezzo.

Il viaggio punta verso oriente, destinazione Chinquetti, nome che richiama il canto di un passero ed evoca la cantante italiana, anche se il nome della città va pronunciato alla francese con l’accento finale.

Chinquetti, arriviamo!

Viaggiamo su un vecchio Toyota quattro per quattro. Il mezzo, qui, è chiamato più semplicemente “quatre quatre“. Sei passeggeri nell’abitacolo e con il cassone che trabocca di merce. Si parte nel cuore della mattina e ben presto la vitalità di Atar lascia spazio al deserto che si fa roccia, sassi, terra brulla, montagna e poi di nuovo distesa infinita dove l’occhio corre, senza trovare ostacoli, verso un orizzonte che non afferri mai. In mezzo il nostro Toyota, tutt’attorno la spazialità infinita di un deserto che non è mai uguale all’immagine che ognuno di noi si è costruito nella propria testa.

Non ci sono rumori, se si esclude quello del Toyota. Non ci sono persone, se si escludono i rari pastori che sorvegliano greggi di capre libere e costrette a ruminare arbusti rinsecchiti o branchi di dromedari che qui chiamano cammelli, chameau. La strada ben presto si fa sterrato e il cambio di fondo non corrisponde a un cambio di velocità. Il nostro conducente pigia a fondo sulla tavoletta: i viaggiatori mauritani serafici non si scompongono per le sconnessioni dello sterrato. Noi occidentali ci affidiamo all’abilità del guidatore e speriamo che nulla accada. Il Toyota sembra volare: divora distanze e si lascia dietro polvere. Una foratura, riparata con maestria dall’autista, e una sosta per caricare, nel mezzo del deserto, un mauritano appiedato, sono le soste. Non ci sono più posti a sedere sul pick-up, siamo in overbooking, quindi, il passeggero in eccesso si barda il viso nello chèche, si accomoda sul cassone e si sciroppa un centinaio di chilometri al vento, seduto sui bagagli e aggrappato al roll-bar. La fine del suo viaggio, Chinquetti, giustifica il mezzo.

Scrigno di cultura millenaria

Tanto è lungo il rettilineo di sterrato che conduce a Chinquetti che la porta d’ingresso che dà il benvenuto a chi entra nella pertinenza della città moderna, scappa via senza che nessuno se ne accorga.

Chinquetti è la settima città santa dell’Islam, ma è anche la città divorata dal deserto e che la gente del posto ha già ricostruito due volte. Il primo insediamento dorme da circa otto secoli sotto la sabbia del Sahara. Poco distante, la moderna Chinquetti sorge al di qua di una spianata delimitata da dune di sabbia che, nel periodo delle piogge intense, diventa uno uadi. Sull’altra sponda del fiume fantasma sorge la seconda ricostruzione: un groviglio di vicoli e un pugno di case, molte delle quali già abbandonate e coperte dalla sabbia, e sorprendente scrigno di cultura.

Questa Chinquetti, rifondata attorno all’anno Mille, si trova su una delle più importanti rotte carovaniere. E, al calar del sole e sotto l’abile guida di un ex nomade mauritano che ha messo radici in un’oasi vicina dove gestisce l’Auberge in cui pernottiamo, ci addentriamo nel cuore della città. Entriamo in quella che un tempo era una scuola, camminiamo lungo le strade invase dalla sabbia, tra case che hanno porte e finestre aperte come bocche affamate. Nell’attesa che un mauritano ci apra la biblioteca di famiglia, una tra le più antiche, e ci introduca in un mondo fatto di manoscritti dalla storia millenaria, ci sdraiamo su un tappeto a goderci l’ombra di una pianta e l’incomprensibile chiacchierare di un gruppetto di locali.

Questi gioielli, che resistono all’inesorabile avanzare del deserto, sono un patrimonio protetto dall’Unesco. Il bibliotecario, ci introduce in una piccola stanza. S’infila un paio di guanti di cotone, e con leggerezza apre davanti ai nostri occhi trattati di geometria, volumi di astronomia, grammatiche, testi coranici che hanno viaggiato tantissimo prima di trovare a Chinquetti casa permanente e custodi attenti. Manoscritti rilegati con pelle di dromedario, pagine delicate, che ci concede di sfiorare e sfogliare, come se quella tradizione culturale millenaria, per osmosi, potesse entrare in noi. Nella piccola stanza l’aria è rarefatta e il caldo soffocante, ma non è per questo che si rimane col fiato sospeso. È un momento magico: davanti a quei manoscritti, riconosciamo le figure geometriche relative al teorema di Pitagora e i disegni che riproducono le posizioni dei pianeti durante le eclissi di sole o di luna. Il bibliotecario parla arabo, nella variante mauritana chiamata hassaniya; la nostra guida traduce in inglese e la clessidra biologica del tempo si ribalta e ci riporta indietro nei secoli, negli anni in cui i mauritani, a piedi o sul dorso del dromedario, attraversavano il Sahara per raggiungere in pellegrinaggio La Mecca, recuperando e riportando a Chinquetti, in quell’epoca fiorente e importante città carovaniera, questi testi che, anche se non parlano di Islam, hanno ormai un’aura di sacralità. Tocchiamo pagine scritte a mano mille anni fa e percepiamo quanto è ancora solida la forza della cultura che qui, nel cuore del deserto, ha superato anche le barriere del tempo.

Il Maracanã del Sahara

Usciamo dalla biblioteca mauritana con la consapevolezza di aver visto libri e di aver toccato qualcosa di grande, una delle cose più belle che l’umanità, che potremmo definire analogica, ha prodotto e ha saputo conservare. Torniamo all’oasi dove siamo sistemati con il sole che si è fatto gentile e meno rovente, con i colori che da bruciati si fanno pastello e ci fermiamo nel mezzo dell’uadi disidrato a guardare una partita di pallone tra ragazzini mauritani: le porte son fatte con sassi al posto dei pali, la traversa è fissata a un’altezza immaginaria e quel campo di sabbia non tracciato, davanti al tramonto africano, sembra il Maracanã.

Il video reportage parte seconda

fine parte seconda

Playlist del viaggio

I video qui pubblicati li potete anche vedere abbassando il volume di voiceover e musica e mettendo in loop la playlist che trovate qui sotto per viaggiare senza muovere un passo.

  1. Rotolando verso Sud – Negrita
  2. Out of time man – Mano Negra
  3. Peligro – Mano Negra
  4. Sous le soleil de Bodega – Les Négresses Vertes
  5. Skaravan petrol – Casino Royale
  6. Face à La Mer – Les Negrésses Vertes
  7. Corto Maltese – Mau Mau
  8. Finisterre – Mau Mau
  9. El Sur – Mano Negra
  10. El Viento – Manu Chao

Il video reportage – parte prima

mauritania chinquetti biblioteche unesco – MALPENSA24
Visited 333 times, 1 visit(s) today