di Massimo Lodi
È una ferrea legge. Recita: d’un partito leninista non cambi il vertice con la moral suasion. O il capo in essere si convince al passo indietro anteponendo la causa comune alla sua ambizione; o lo ribalti con un putsch interno, avendo sotto mano il neo leader con cui avvicendare l’ex leader; o aspetti la scadenza naturale del mandato, per lunga che sia, cercando i numeri necessari a imporre una diversa aritmetica del potere. Se nessuna delle tre condizioni risulta attuabile hic et nunc, resta solo da barcamenarsi, pregando che le onde avverse non rovescino/affondino la barca, menata di qua e di là dalla congiuntura negativa.
Tale al momento sembra lo status della Lega, a elevato rischio flop nelle elezioni del ‘27. Salvini afferma che va tutto bene. Invece butta male, dopo le angustie dell’autonomia differenziata, l’addio e il sorpasso di Vannacci, la subalternità al melonismo, il deludente mandato di ministro dei Trasporti, l’insofferenza nordista eccetera. Domanda: offrirsi a un commissariamento dolce, come invoca la Tre Effe dei governatori (Fontana Fedriga Fugatti) più San Zaia, più l’ala dei piemontesi di Ricky Molinari, più uno stuolo d’amministratori: cioè condividere la gestione apicale? Matteone è aperto alla chiacchiera, chiuso al tradurla in fatti. Zero determinato a comporre in spirito da direttorio le prossime liste elettorali. Anzi, magari pensa che sarà l’occasione d’una resa (ressa?) dei conti.
Dunque non se ne esce? Se ne potrebbe uscire, qualora una parola venisse dalla personalità più autorevole del partito, Giancarlo Giorgetti. Quello che dà lo standing di credibilità internazionale al governo, e dunque il massimo possibile. Certo, Giorgetti mica ha da prendersi responsabilità dirette nella conduzione della Lega, proprio in omaggio al ruolo istituzionale. Ma indurre Salvini a prender le sue -nell’interesse d’una storia del bossismo e successivi aggiornamenti che viene da trent’anni e rotti fa- beh, questo sì. Lo spera la vecchia guardia (il patriarca Leoni per primo, pronto a smussare nel ruolo di presidente onorario gli spigoli inevitabili del percorso d’emergenza), lo spera gran parte dei militanti, lo sperano perfino gli alleati di centrodestra, cui giova una Lega in grado d’essere ancora ascoltata nella sua area di riferimento -territoriale e ideologica- invece che ignorata.
Giorgetti non può mettersi contro il segretario. Ma può metterlo a favore della ragionevolezza, spiegandogli che talvolta qualcosa di mai accaduto, accade. In politica, oltre che in economia. Che cosa? Una scissione ispirata al fascino del sindacato settentrionale, capace di raccogliere in un polo liberal-federalista la forza parlamentare utile a dar voce ai silenziati d’oggi. Ci vuol poco consenso, il 3-4 per cento, per fare molto rumore e diventare futuro, decisivo tassello del patto utile a sconfiggere il Campo largo. Salvini capirà il pericolo? Nell’attesa che capisca, s’invoca la pesca miracolosa di Gianca il laghée, come lo chiamano gli affezionati di Cazzago Brabbia, e molti altri: gli hanno affidato l’ultimo amo. Confidando che infranga la ferrea legge leninista. Sarebbe una sorprendente controrivoluzione.
lega giorgetti salvini – MALPENSA24
