L’Italia (multietnica) che vince

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L'Italia multietnica trionfa in Europa

C’è un’Italia che domina sui podi sportivi internazionali. Un’Italia che finalmente conosciamo meglio o, addirittura, scopriamo in questo scorcio ferragostano, con il calcio che ancora non ruba la scena  e ci permette di gioire dei successi dei nostri atleti in alcune discipline olimpiche, come l’atletica leggera e il nuoto. Le piste e le pedane di Birmingham e le piscine di Parigi per gli Europei ci hanno restituito un’immagine di un Paese che si ritrova sulle prime pagine dei media internazionali grazie alle imprese di ragazzi e ragazze che hanno dato filo da torcere, parecchio filo da torcere, ad avversari maldisposti a concedere loro un solo millimetro di libertà agonistica.

Invece eccoli lì, dai veterani, come l’azzatese Martinenghi o il saltatore Tamberi, fino ai più giovani, come la nuotatrice/fenomeno Curtis; eccoli lì a conquistare medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Un medagliere ricco ricco, come raramente è accaduto in passato. A loro aggiungiamo pure la ginnastica ritimica, lo sci, la scherma, altri sport dove l’azzurro primeggia, ha primeggiato e si prepara a riempire i teatri a cinque cerchi di Los Angeles tra due anni. Senza dimenticare, ci mancherebbe, il tennis che di soddisfazioni ce ne ha riservate così tante che quasi non ci si crede. Soprattutto dopo decenni di retrobottega nei campi dedicati alle racchette: Sinner, certo, ma anche tutti gli altri che gli fanno corona.

Molti di questi atleti sono stranieri di seconda generazione, oggi tutti a pieno titolo con cittadinanza italiana. Anche i loro non saranno “tratti somatici” secondo i canoni di quell’altro fenomeno che prende il largo in politica (la polemica di retroguardia su Paola Egonu, ricordate?), ma tutti assieme compongono una squadra fantastica nei loro rispettivi sport. E confermano come la multietnicità sia oramai una costante sociale che, piaccio o no a Vanancci e compagnia, rimane un dato di fatto incontrovertibile di nuova italianità. Alle loro spalle ci sono scuole e allenatori competenti, federazioni che li sostengono; ci sono sacrifici, lunghi e faticosi allenamenti, c’è l’ottimismo della volontà che permette loro di raggiungere risultati persino inimmaginabili se parametrati a certe zone buie degli anni passati. Anni in cui magari trionfavano calcio e ciclismo, oggi sottotraccia per mancanza di campioni veri. E, probabilmente, di voglia di crescere.

“L’Europa è azzurra” titola qualche giornale, con un’enfasi comprensibile, più che giustificata, che riempie d’orgoglio e stimola l’interesse collettivo. Lo testimoniano le dirette della Rai per i campionati di atletica e di nuoto, seguite da un alto numero di telespettatori, rapiti da imprese che i calciatori milionari della nazionale non sanno più offrire. Benché il calcio rimanga lo sport nazionale e da sabato 22, quando riprenderanno campionato e tornei europei, farà dimenticare di sicuro ciò che di grande è accaduto nell’ultima settimana. Quasi un sogno di mezza estate, che vorremmo venisse preso a modello da chi ci governa e dalla politica in genere, che vince sempre nelle chiacchiere e, sotto molti punti di vista, perde di schianto nei fatti.

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