di Massimo Lodi
Meloni è persuasa che le converrebbe anticipare il voto. Dall’autunno del ’27 alla primavera del ‘27. Motivo: più oltre si spinge la legislatura, meno attrattivo diventa il centrodestra. I fischi di Taranto ne son prova. Comprensibile: si è promesso molto, mantenuto poco. E dunque, conquistato tra pochi giorni il record di governo più longevo della storia repubblicana (4 settembre, 1.412 giorni), vale pensare allo sprint. Ma esiste un ma.
Il ma è rappresentato dalla tenuta dei sodali di Fratelli d’Italia. Forza Italia perde smalto, la Lega rischia di perdere sé stessa, Noi moderati conta zero. Ergo: se fosse approvata la nuova legge elettorale con premio di maggioranza alla coalizione beneficiaria del 42% di consenso a Camera e Senato, risulterebbe difficile raggiungere questa soglia che reca in dote una settantina di parlamentari aggiuntivi. Garantendo dominio da premierato e chance di designare nel ’29 il residente al Colle.
Fatti i conti e dando retta ai sondaggi, FdI pesa oggi per il 26-27%, FI e Lega non sommano insieme il 15. Perciò, tanti saluti al magnum praemium. Conseguenza: dalle urne uscirebbe un esito di proporzionalismo puro, con obbligo successivo a stringere singolari intese. Esempio: un Meloni-bis sostenuto da Vannacci oppure da Calenda oppure da Calenda più chissà chi. Oppure, ecco l’onere d’immaginare un’alleanza di colore diverso dall’odierno, cioè trasversale. Qualcosa che esce dagli schemi usuali, dalle aspettative dei cittadini, dalle regole della virtuosa dialettica. E però d’esecutivi tecnici, di solidarietà patriottica, di mischione emergenziale eccetera ne abbiamo avuti abbastanza.
Come ovviare al pericolo? Salvando il salvabile. Ovvero: Meloni che dà una mano a Tajani e Salvini. Evitando di marcare le differenze tra lei e i due, aiutandoli al recupero dei rispettivi aplomb identitari, correndo non con lo spirito da Cannibale Merckx, e invece con la saggezza dell’avveduto capitano (Giorgia sì, mica Matteone) abile a valorizzare i gregari. Perché tali essi sono. Di qui la moral suasion esercitata in questi giorni sul leader del Carroccio: caro amico, tratta coi ribelli nordisti invece di sfidarli (“Lavorare anziché parlare” li aveva apostrofati l’ex aspirante ai pieni poteri nell’Estate del mojito, 2019). Salvini sembra vada convincendosi: il muro contro muro porterebbe al crollo della Lega. E Meloni sembra convinta da un bel po’ che il crollo della Lega può minare le sorti dell’alleanza. Dunque: ciao superbonus di maggioranza, ciao replay d’un centrodestra pigliatutto, ciao conquista del Quirinale.
Il partner più infido -basti pensare agli scarti in politica estera- diventa così il partner più prezioso. Serve rafforzarlo nel nome della causa destrista, se no passibile d’andare incontro a un rovescio imprevisto sino a qualche tempo fa. Finalone. Giorgia lavora a pro di Matteo, lavorando a pro di sé stessa. Il Salvini conciliante a Pontida sarà l’effetto -oltre e più che del pressing di governatori, sindaci, militanti delusi- del realismo politico cui è costretta la presidente del Consiglio. Generosa suo malgrado verso il competitor che voleva scalfirne il potere.
meloni salvini elezioni – MALPENSA24
