L’incapacità di imparare dall’amore che libera

morte lady diana
Il 31 agosto di ventinove anni fa, una vettura lanciata a folle velocità sotto il Pont de l’Alma a Parigi spegneva per sempre il respiro di Diana Spencer. In quell’impatto si sbriciolava non solo una vita, ma l’illusione che l’armatura dorata della monarchia britannica potesse proteggere dall’implosione del dolore umano. Oggi, mentre i rotocalchi e i tabloid rincorrono con voracità i titoloni sul rientro in Inghilterra di Harry e Meghan, speculando con malizia su presunte crisi finanziarie o crepe di coppia, la sensazione di fondo è una sola, amara e nitida: non impariamo mai.
Diana, la regina senza bisogno di una corona, con le sue azioni e la sua straordinaria coerenza, ci ricorda quanto la vera nobiltà non risieda in titoli o nel sangue, ma nel desiderio e nella capacità di entrare in connessione con gli altri, nell’avere empatia. Tutta la sua troppo breve esistenza è stata improntata all’essere e al dare, al trasmettere valore, sfidando una rigida etichetta fatta di ruoli e maschere, con la sua indiscutibile autenticità e il suo coraggio. Diana ha rivendicato il diritto di essere se stessa, non ha mai fatto segreto della propria vulnerabilità, che ha sempre visto come un punto di forza e non come un difetto.
La sua caparbietà e il suo cuore hanno dimostrato come l’infrangere regole non scritte o deludere le aspettative altrui per non tradire la propria anima abbiano travolto e cambiato una istituzione desueta, fredda e distante. Beneficio di cui tutti i reali inglesi godono ancora oggi e che va imputato solo a lei. Il suo invito a compiere atti di bontà casuali senza pretendere nulla in cambio ci suggerisce quanto il bene che doniamo, il positivo che portiamo nel mondo, sia destinato, prima o poi, a ritornare. Lady D. in eredità ci ha lasciato la consapevolezza che la fragilità umana si curi solo con la presenza, con l’ascolto e con il calore umano, testimoniando con la sua stessa esistenza quanto l’amore resti l’unico investimento che non fallisce mai.
Eppure, quella lezione è rimasta inascoltata proprio là dove avrebbe dovuto scavare il solco più profondo. Quando Harry e Meghan hanno vissuto sulla propria pelle la morsa del medesimo tritacarne, la storia si è ripetuta con la puntualità spietata dei corsi e ricorsi storici. Abbiamo assistito di nuovo al veleno dei pettegolezzi, a quelle ombre striscianti persino sul colore della pelle del loro primo figlio, alla rabbia e al dolore soffocati a forza dietro il rigore vitreo dell’etichetta di corte. La scelta di un giovane uomo che ha deciso di mettere la vita e la salute mentale della propria donna al di sopra della corona, muovendosi esattamente lungo le orme tracciate da sua madre, è stata liquidata da una certa opinione pubblica e dai media come un tradimento della patria e dei doveri familiari.
È la miopia di una società che preferisce la finzione del protocollo alla verità dei sentimenti, che condanna il coraggio di chi strappa il velo dell’ipocrisia per proteggere chi ama. Non impariamo mai che la libertà ha sempre un prezzo, ma che il prezzo dell’obbedienza a un sistema disumano è incomparabilmente più alto. Nel ricordo di Diana e nel cammino faticoso dei suoi figli, resta l’avvertimento che una corona non vale la perdita della propria anima.
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