Archiviate le vacanze si è subito riaccesa, semmai si fosse spenta, la volata pre elettorale, che condurrà al doppio voto, amministrativo e politico, del prossimo anno. Una gara nella quale sono ammesse le sgomitate per guadagnarsi un consenso in più, a suon di accuse, intemerate, insulti, autoreferenzialità esasperata e chi più ne ha più ne metta. Non scopriamo di certo l’acqua calda sottolineando come la politica dei nostri giorni sia la più sconveniente e imbarazzante, ma non possiamo andare troppo per il sottile.
Forse è sempre stato così, ma una volta almeno c’erano politici come Aldo Moro o Enrico Berlinguer, per dire di due capaci di tenere alto il confronto democratico. Oggi facciamo i conti con personaggi che, in senso trasversale, sembrano usciti da una pochade, ma tant’è: sono loro che in parlamento, proprio in questi giorni, discutono (litigano) di nuova legge elettorale, primo step decisivo in vista dell’apertura delle urne, regole destinate a cambiare per l’ennesima volta e che, sotto sotto ma neanche tanto, fanno balenare il sospetto che saranno funzionali alla maggioranza di centrodestra: non a caso le vuole cambiare proprio sul limitare della legislatura.
Partendo da queste premesse il futuro prossimo venturo non ci riserva molto di buono. Vero, venerdì 4 settembre, Giorgia Meloni e compagnia cantante fanno festa a Bari per la longevità del governo, che ha battuto tutti i record di durata. Applausi, e poi? Siamo sicuri che ci sia qualcosa da festeggiare a fronte di un Paese che combatte con tutti i problemi noti e meno noti, questioni economiche e sociali, con la complessità dei rapporti geopolitici internazionali sempre in bilico, situazioni che fatalmente ci condizionano? E se il governo non ha colpe dirette sull’aumento dei carburanti e del costo della vita in genere, non può chiamarsi fuori, sempre per dirne una e al netto delle divergenze di vedute tra le sue componenti, dalla clamorosa, diffusa evasione fiscale che, anche questa, penalizza, eccome, la gestione della nazione. Quali le soluzioni? Boh.
Poi c’è la politica politicante, i guai interni alla Lega, partito di governo attraversato da una pesante crisi d’identità. Capirci qualcosa è difficile, di sicuro i suoi ministri, i suoi governatori di regione, sindaci e amministratori di città e paesi sono indotti a distogliere l’attenzione dai doveri istituzionali per occuparsi delle beghe del partito, e questo non aiuta. Disagio profondo, secondo quanto si legge, che interessa anche la gestione di Forza Italia. Tutti, a destra, convivono con l’incognita Vannacci che per i sondaggi ha già superato nei consensi sia Lega sia berlusconiani. Non proprio un buon viatico pre elettorale, a livello nazionale e nei Comuni, quando si voterà.
Per non dire di quanto accade a sinistra, in perenne lite per la leadership, tra primarie si o no, scambi di gentilezze al vertice di Pd e Cinque Stelle, senza un programma concreto e, soprattutto, senza una figura di spicco che possa aggregare il cosiddetto e agognato campo largo. Un grande pasticcio, un grande regalo a Giorgia Meloni che può inserirsi pubblicamente per demonizzare certi, esiziali dibattiti sulla cultura woke o su altri temi lontani anni luce dalle vere esigenze dei cittadini, dei ceti popolari che, una volta, sapevano dove riporre le loro aspettative: a sinistra. Oggi votano a destra. Anche per una ragione ineludibile: a destra parlano chiaro, mandano messaggi intelleggibili da tutti. Anche se, a guardar bene, sotto tanti messaggi c’è poco o niente. Se non la propaganda.
