Ilva, tutela ambientale e diritto allo stipendio

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L'ex Ilva di Taranto

di Adet Toni Novik*

Non voglio entrare nel merito della questione ILVA, ma c’è qualcosa che non mi torna. Ho letto la sentenza della Corte di Giustizia Ue 25 giugno 2024 pronunciata sul rinvio pregiudiziale del Tribunale di Milano. La Corte, premesso che la sua azione ha come obiettivo “… prevenire, ridurre e, per quanto possibile, eliminare l’inquinamento dovuto alle attività industriali, nel rispetto del principio “chi inquina paga” e del principio della prevenzione dell’inquinamento”, ha evidenziato che il procedimento italiano contro l’Ilva è nato per iniziativa di un gruppo di cittadini di Taranto (11) e l’associazione Genitori Tarantini da essi composta, “con un’azione collettiva per la protezione di diritti omogenei di circa 300 000 residenti in Taranto e comuni limitrofi. Tali diritti sarebbero gravemente lesi dall’attività produttiva dello stabilimento”. I giudici italiani, in base alle indicazioni della Corte UE, hanno valutato che la protezione della salute pubblica dovesse prevalere sull’interesse industriale e hanno deliberato la chiusura dell’area a caldo per i rischi conseguenti ad amianto da rimuovere e polveri sottili. La Corte di cassazione, investita da ricorso, dirà la sua (se possibile tecnicamente)

A parte tutto questo, su cui non si discute, io mi domando come è possibile che 11 cittadini, componenti di una associazione, possano agire in rappresentanza di 300.000 residenti, se il referendum consultivo sulla chiusura dell’ILVA del 14/4/2013 non ha raggiunto il quorum, avendo votato 32mila persone, il 19,5 per cento degli aventi diritto, e addirittura nel quartiere Tamburi, quello più vicino allo stabilimento, l’affluenza è stata più bassa che nel resto della città? E, a seguire: l’applicazione del principio che chi inquina paga, in questo caso, con la chiusura dell’area a caldo, chi colpisce? Colpisce l’azienda, ma colpisce anche i lavoratori. Se i dipendenti Ilva potranno godere della Cassa integrazione (che paghiamo noi) che ne sarà di quelli dell’indotto? La chiusura dell’area a caldo blocca manutenzioni, trasporti, logistica, portualità, cioè proprio le attività dell’indotto e molti degli addetti non hanno ammortizzatori sociali automatici.
Secondo le stime, si tratta di 3.500-4.500 lavoratori, da moltiplicare per il numero dei familiari a carico. Qualcuno ha pensato che oltre alla salute ambientale c’è anche una salute psichica da tutelare? Come vivranno i lavoratori dell’indotto questa situazione di incertezza? Il rischio salute non è compromesso anche dall’incertezza sulle possibilità di avere uno stipendio? Io non ho risposte, ma ritengo che al di là del pericolo ambientale, fondato su dati epidemiologici astratti, ci potrebbe essere sicuramente un problema di ordine pubblico fondato su dati concreti.
*già magistrato della Corte di cassazione
ilva ambiente stipendio – MALPENSA24
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