“Dio ride” al Miv, Giovanni Veronesi: «Questo è il mio film più libero»

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VARESE – «Questo è il mio film più libero, realizzato in totale libertà. Un film completamente sincero; in quelli precedenti ho sempre un po’ mentito». Come ha spiegato ieri, mercoledì 23 settembre, il regista Giovanni Veronesi all’anteprima al Multisala Impero di Varese di “Dio ride”, suo ultimo lungometraggio che ha per protagonista Pierfrancesco Favino nelle vesti del rivoluzionario frate Leopoldo da Casamacchia, «a liberarmi sono state le parole di Papa Francesco. Quando, alla domanda se si possa ridere di Dio, lui ha risposto: “Certo, basta continuare a volergli bene”. Se ci ha creati a sua immagine e somiglianza, ha escluso proprio la parte comica?». Alla proiezione presentata da Andrés Garófalo in una Sala Mercurio da tutto esaurito erano presenti tra il pubblico l’attrice e regista Barbara Enrichi, i conduttori televisivi Filippa Lagerbäck e Daniele Bossari e l’assessore alla Cultura Enzo Laforgia.

Credere e non credere

«Dopo una proiezione privata una mia amica giornalista mi si è avvicinata con gli occhi lucidi, dicendo: “Documenti”. Non ci credo che sei stato tu a farlo», ha scherzato Veronesi una volta tornato in sala dopo i titoli di coda. Per poi confessare: «Vorrei che l’avessero visto i miei genitori. Mio padre, ingegnere, era un uomo arguto. Due giorni prima che morisse andai a trovarlo, stava guardando “Forum” in televisione. Quando feci il cenno di cambiare canale disse: “No lascialo, così vedo che mondo di m&%£a sto lasciando”. Ma era anche un fervido credente. In punto di morte pensi a ciò in cui hai creduto e a ciò in cui non hai creduto. Non credere ha lo stesso valore di credere perché escludi dalla tua vita una cosa importantissima, una cosa che, rispetto a tutte le altre, ha un’influenza incomparabile sul genere umano. Anche se non esiste. Nella mia vita ho fatto due film su questo argomento, che penso abbia una valenza fondamentale».

Il linguaggio e i rischi per le nuove generazioni

Negli ultimi anni «a dire le cose più alte – ha osservato il regista, sceneggiatore e attore toscano – sono stati Papa Francesco e Papa Leone, e i cardinali, figure più intelligenti di altre che governano il mondo. Perché riportano alla verità tutto ciò che nel mondo è diventato falso, finto». Come ha aggiunto Veronesi nel dialogo con il pubblico, «non credo che le religioni siano recinti, credo invece che sia importante il modo di comunicare. Mi piaceva la semplicità di fra Leopoldo, un uomo proiettato nel futuro. Il fatto è che oggi non ci sono linguaggi o ideologie che guardino al futuro, si guarda al passato. È un rischio per le nuove generazioni. Non pretendo che i ragazzi vengano a vedere il film, ma che i genitori chiedano loro: “Come vedi il futuro? Che cosa ti aspetti?”». Un pensiero che è tornato anche riguardo all’importanza di un linguaggio diretto: «Spesso i bei discorsi sono belli per chi li fa. Quando arriva un linguaggio nuovo, come in “Dio ride”, il potere cerca sempre di schiacciarlo. E ha sempre paura della comicità: stempera gli animi rilassando il popolo, che può anche dire di no. Sarebbe bello che le nuove generazioni imparassero a dire di no».

“Voglio quel Giovanni lì”

Dagli spettatori non sono mancati anche i richiami al Veronesi radiofonico e al lirismo manifestato nella trasmissione “Non è un paese per giovani”: «È la stessa cosa che ha detto Favino – ha svelato – “voglio quel Giovanni lì”. Alcune parti del film, come quelle in cui si parla delle formiche o della dipendenza, sono proprio tratte dai quei miei monologhi. Lo ringrazio, ogni regista dovrebbe fare l’esperienza di lavorare con Favino. È come trovarsi ad avere una Ferrari e poterla guidare in pista. Abbiamo costruito insieme il personaggio e sono convinto che avrebbe potuto farlo solo lui, perché ha toccato momenti veramente alti di recitazione. Anche Silvio Orlando ha dato il suo».

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Cieli stellati

Quanto alle reazioni della Chiesa, «ho fatto vedere il film al direttore della Cei, che a fine proiezione è venuto a domandarmi: “Nella storia si vedono tanti cieli stellati. Per me significa Dio, cosa significa per te?”. “Per me l’infinito, nella matematica c’è addirittura un segno per rappresentarlo”. Allora ha detto: “Siamo molto vicini io e lei. Credo che il cielo stellato possa unire i nostri pensieri, possa farli convergere”. Alla domanda del giornalista Flavio Vanetti se considerasse “Dio ride” un film laico o religioso, Veronesi ha parlato di monsignor Spadaro, «uno dei primi a cui ho mostrato questo lavoro. Alla fine, emozionato, mi ha abbracciato dicendo: “Sei un bastardo, perché solo un laico poteva fare un film del genere”. Una risposta che mi basta».

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