di Andrea Minchella
VISTO
HEAT OF THE BEAST- NEL PROFONDO SELVAGGIO, di David Ayer (Heat of the Beast, Stati Uniti 2026, 101 min.).
David Ayer dopo alcuni successi e diversi “flop” che hanno caratterizzato la sua eterogenea carriera ritrova, probabilmente, la sua cifra stilistica più sincera e suggestiva. Dopo aver stravolto milioni di spettatori con il suo coraggioso e scarno debutto del 2005 “Harsh Times”, con un pazzesco Christian Bale, il regista originario dell’Illinois ha seguito una linea altalenante di ottimi prodotti e di insuccessi clamorosi. Se “Fury” del 2014 rimane forse il suo lavoro più riuscito e affascinante, il passo falso con “Suicide Squad” del 2016 ha compromesso pesantemente la sua carriera che pareva in continua ascesa nel complicato e pericoloso mondo di Hollywood.
Dopo una parentesi con il “macho” per antonomasia Jason Statham, con cui ha realizzato i suoi ultimi due film, Ayer torna a lavorare con Brad Pitt (protagonista magnetico di “Fury”) per realizzare una fiaba “on the road” in cui un cane da combattimento attraversa i luoghi più impervi e desolanti di un’Alaska magnifica e immensa accanto al suo padrone completamente devoto a lui.
James, ex ufficiale delle Forze Speciali Statunitensi che soffre di un disturbo post-traumatico da stress, cerca pace in un viaggio che decide di intraprendere con il suo compagno Odin, un pastore tedesco anche lui segnato dalle operazioni militari svolte con il suo padrone, nelle terre sconfinate e ancestrali dell’Alaska. Un incidente dell’aereo che James sta pilotando li scaraventa violentemente in un territorio angusto e pericoloso in cui la natura detta spietatamente le regole di sopravvivenza a cui i due protagonisti devono adeguarsi.
Il film, che in un paio di momenti non si risparmia nel costruire un “micro-climax” retorico e didascalico, tiene un filo narrativo interessante in cui l’assenza delle parole viene riempita da un gioco di sguardi ed espressioni dei due protagonisti che cementifica una vicenda mitografica carica di sentimenti istintivi e di un amore primordiale rassicurante e totalizzante.
La sceneggiatura paradossalmente priva di battute ma piena di dettagli descrittivi e suggestioni emozionali diventa linfa vitale di una costruzione scenica avvolgente e funzionale alla vicenda “survivor” dei due superstiti. La natura selvaggia, impietosa e incantevole diventa il terzo protagonista ingombrante di una storia di affetto atavico verso le creature più fedeli che vivono accanto a noi. La trama di “Heart of the Beast” si incastra perfettamente nel rapporto simbiotico di due esistenze che si completano pur con le loro abissali differenze. Il linguaggio parlato viene dolcemente sostituito dal linguaggio del corpo e delle emozioni che stravolge completamente i codici linguistici per noi più comprensibili. Le difficoltà che James e Odin incontrano nel loro viaggio per la salvezza diventano lessico universale di un rapporto simbiotico e profondo. Il duro e impavido James non nasconde una sensibilità irrefrenabile quando si tratta dell’incolumità del suo compagno di viaggio.
Sicuramente “Heart of the Beast” è un film che può essere meglio apprezzato da chi quel rapporto lo ha vissuto o lo vive. La scommessa del regista è proprio quella di parlare a chi è disposto a relazionarsi senza freni con una creatura che non parla la nostra lingua né assomiglia a noi. Chi non ha mai vissuto un rapporto intenso con un cane può trovare alcuni passaggi della pellicola stucchevoli o esageratamente sdolcinati, ma nel complesso la pellicola può comunque essere apprezzata da tutti grazie all’interpretazione preziosa e genuina di Brad Pitt (e da una veloce ma intensa presenza del bravissimo JK Simmons), dalla plasticità vera e sincera del Pastore Tedesco e da un’ambientazione in grado di riempire completamente ogni piccolo vuoto lasciato da una pellicola ben realizzata ma che si lascia dietro qualche sbavatura retorica o stilistica dovuta alla dose “machista” che Ayer non ha mai del tutto abbandonato. Da vedere.
***
RIVISTO
HARSH TIMES- I GIORNI DELL’ODIO, di David Ayer (Harsh Times, Stati Uniti 2005, 111 min.).
Un incubo alienante e snervante nella vita di un ex militare di ritorno dall’Afghanistan con stress post-traumatico. Christian Bale in un’interpretazione corporale palesemente sofferta e completamente struggente mette a soqquadro la tranquillità gracile e l’apparente serenità di ogni spettatore che si avvicina ad una pellicola del genere. Disturbante e magnetico.
