“Stop alla legge sull’artigianato”: appello di Confindustria Varese ai parlamentari

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Luigi Galdabini, presidente di Confindustria Varese

VARESE – Appello di Confindustria Varese ai parlamentari del territorio affinché venga riscritta la Legge Quadro sull’artigianato. Secondo Luigi Galdabini, presidente dell’associazione degli industrali, la normativa così come ipotizzata crerebbe una serie di problemi alle imprese, fino a possibili profili di incostituzionalità. L’allarme è esteso alla politica affinché intervenga. Ecco il testo della lettera:

“Egregio/Gentile Onorevole,

le scrivo in merito alla riforma della Legge Quadro sull’artigianato di cui si sta discutendo in questi giorni e sulla quale il Governo è chiamato a esercitare la delega per riscrivere la normativa entro gennaio 2027, come previsto dalla Legge dell’11 marzo 2026 n.34.

Due gli articoli che sono, a giudizio di Confindustria Varese, del tutto sbagliati:

  • l’art. 15 che prevede l’innalzamento della soglia dimensionale dell’impresa artigiana da 18-32 dipendenti attuali a 50 per tutte le tipologie produttive. Con la conseguenza che le imprese di 49 addetti potranno applicare Ccnl artigiani (con minimi retributivi più bassi) in luogo dei Ccnl industriali;
  • l’art. 16 che vieta l’uso del termine “artigianale” per le imprese non iscritte all’Albo delle Imprese Artigiane. Con la conseguenza che un’impresa con 60 maestri orafi che producono interamente a mano non potrà più scrivere “artigianale” sui propri prodotti, mentre un’impresa con processi automatizzati, se iscritta all’Albo, potrà farlo.

Di fronte a questo scenario, come Presidente di Confindustria Varese, dando voce a tutte le imprese associate, esprimo un concetto molto semplice, ma netto: non può essere la politica a definire l’industria.

Scopriamo in questi giorni che, secondo il Governo, la differenza tra impresa industriale e impresa artigiana non sta più nell’organizzazione aziendale del lavoro, non sta più nelle tecnologie applicate e nemmeno nell’automazione dei processi. Insomma, non è più la realtà a ispirare le politiche industriali, bensì è una norma che, con approccio dirigista, cala dall’alto sull’economia reale un mondo inesistente.

Ci tengo a precisare che Confindustria Varese non ha nulla contro l’artigianato e la sua rappresentanza con la quale collaboriamo da anni. Così come è giusto sottolineare che l’artigianato ha assoluto bisogno di politiche che possano sostenere le ambizioni di quei titolari d’impresa che vogliano trasformarsi in industria per crescita, dimensione e presidio dei mercati. Ma ciò non può avvenire, da una parte, per sottrazione e, dall’altra, con un allargamento, per legge, del perimetro dell’artigianato. Un’impresa non può essere industriale quando compete sui mercati e artigiana quando deve sostenere i costi e gli obblighi della competitività.

 La riforma, se non verrà messa in discussione, rischia di danneggiare le casse dello Stato, di aggravare la già allarmante questione salariale del Paese, di restringere il perimetro delle imprese che sostengono gli ammortizzatori fondamentali per la tenuta sociale delle nostre comunità in periodi complicati come l’attuale, allargando invece quello delle aziende che, con pur con minori contributi, possono contare sugli stessi strumenti dell’industria nella gestione delle crisi.

Riguardo la questione salariale, faccio un paio di esempi per dare il senso di ciò di cui stiamo parlando. A parità di livello (D2 per l’industria metalmeccanica, 5 per l’artigianato dello stesso settore) un operaio ha un reddito lordo annuo nell’industria di 26.989 euro contro i 21.867 euro del suo collega dell’impresa artigiana. Ballano più di 5 mila euro. Nel livello 2 del tessile, la forbice tra le due Ral è superiore ai 3.900 euro. Gli impatti sul potere d’acquisto, con il passaggio di un’impresa da un Ccnl all’altro, sono del tutto evidenti. E questo avrà conseguenze su un potenziale di 1,8 milioni di lavoratori. Con inevitabili ripercussioni anche sulla finanza pubblica per via delle minori entrate Inps stimate da Confindustria intorno agli 800 milioni di euro all’anno e delle minori entrate Irpef stimate intorno ai 400 milioni. Totale: una perdita di introiti che supera il miliardo di euro.

Questo vero e proprio dumping salariale ha evidenti profili di incostituzionalità. Per diversi motivi: viene meno il principio dell’uguaglianza, imprese identiche per attività e dimensione sono trattate diversamente per mera qualifica burocratica; viene meno il principio di libertà d’impresa, il differenziale del costo del lavoro che potrebbe arrivare al 18% configura una palese distorsione della concorrenza non giustificata dalla realtà, ma approvata per legge; viola il principio della tutela della concorrenza, la riforma altera le condizioni di mercato. Pensiamo, ad esempio, ai vantaggi che le imprese artigiane potrebbero avere sull’industria, a parità di addetti, nella partecipazione a gare pubbliche.

Non solo, oltre ad avere seri elementi di incostituzionalità, così come è stata pensata, la riforma verrà con ogni probabilità bocciata anche in sede europea perché viola la Direttiva sugli appalti (2014/24/UE) e va in contrasto con la Direttiva sui salari minimi (UE 2022/2041), con conseguente rischio di apertura di procedure d’infrazione.

Non siamo contrari a una revisione del quadro normativo, ma le Pmi hanno bisogno di ben altro: estensione degli ammortizzatori sociali, riduzione del costo del lavoro (non dei salari!) per le imprese manifatturiere, incentivi agli investimenti, semplificazione amministrativa. Iniziamo a parlare di questi temi, di politica industriale, anziché inventarci definizioni di industria e artigianato.

Come Confindustria Varese, ci facciamo portavoce nei suoi confronti delle stesse richieste che sta sostenendo il Sistema Confindustria:

  • ritiro del decreto delegato nella sua attuale formulazione;
  • audizione formale di Confindustria nelle Commissioni parlamentari su lavoro e attività produttive;
  • apertura di un tavolo tecnico con tutte le parti sociali (compresi i Sindacati) per costruire una proposta condivisa;
  • modifica dell’Art. 16 che va sostituito con una descrizione dell’artigianato basata sul processo produttivo;
  • predisposizione di una simulazione ufficiale degli impatti su contributi, fisco e rappresentanza.

Procedere senza l’apertura di un confronto comporterà solo la conseguenza di creare contenziosi e perdite di gettito senza alcun impatto su crescita e occupazione, con un rischio politico, economico e istituzionale ingiustificato sul fronte dell’interesse generale.

Rimango a disposizione, insieme alla struttura di Confindustria Varese, per qualsiasi approfondimento o interlocuzione ritenga necessari”.

Luigi Galdabini
Presidente Confindustria Varese

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