7 ottobre e poi: la bomba della stupidità

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7 ottobre di tre anni fa: Hamas attacca Israele. Centinaia di morti e ostaggi

di Massimo Lodi

Il 7 ottobre, tre anni fa, un’eco lontana? No, vicinissima. Attuale. Persistente. Greve e grave. Un’eco che si diffuse da Israele a Gaza, al Libano, all’Iran, all’intero Medio Oriente, a tutto il mondo. Ecco, tutto il mondo, che tragedia universale. L’avvio lì, in terra ebraica, mentre si celebra la festività di Simchat Torah. Segue funesta coda, a cerchi sempre più larghi. Lunghissima coda, inimmaginabile coda, luttuosa coda. Ancora in essere.

Hamas chiama Diluvio di al-Aqsa il crudele piano di morte. E diluvio è. Diluvio di missili che devastano ovunque: colpiti obiettivi militari, civili, religiosi, comunità cittadine e agricole. Colpita la moltitudine di giovani che affolla il festival musicale di Nova. Nova si volge in nota: una nota la più feroce nello spartito della ferocia. Sublimazione dell’orrore, se così può dirsi. E innesco d’una reazione -da Netanyahu detta Spade di ferro– che moltiplicherà per dieci, cento, mille, diecimila le vittime. Si contano sopra e sotto le macerie di Gaza, nascondiglio di terrorismo e sudario di sofferenza.

Il 7 ottobre, tre anni fa, un brivido in perenne replica. Tentativi di por fine alla guerra sortiscono zero risultati. Anzi, la guerra si amplia, il male è una chiazza d’olio invasiva delle acque serene in cui l’umanità dovrebbe vivere. Dovrebbe. A chiacchiere i Grandi della Terra –Trump the first– annunciano mediazioni risolutive, nei fatti nulla si risolve. Peggio che mai: il conflitto fra israeliani e palestinesi sembra quasi lo spunto incitativo a conflitti in serie. Gli appelli a risolverlo/a risolverli s’inceneriscono in quotidiani appelli senza risposta degli uccisi: decine, centinaia di nomi. Moltiplicatisi nel triennio. Di disarmato e disarmante c’è solo il desiderio di chiudere questo macello, e in aggiunta macelli successivi. Purtroppo vince il pessimismo della realtà sull’ottimismo della speranza. Calcoli politici, tornaconti economici, cinismi di Stato e uno stato generale di cinismo vietano la prevalenza della pace, che sarebbe poi quella della ragione.

Il 7 ottobre, tre anni fa, sull’altare del sacrificio massimo s’immola proprio lei, la ragione. Vien bruciata assieme allo spirito profondo dell’umanità, un fiaccolino che dovrebbe ardere nell’intimo di ciascuno e invece sembra si sia smorzato sine rimedio come raccontava un cupo Seneca. È la sconfitta dell’ecumenismo planetario, inteso qual terra abitata-civile-protesa all’unione anziché al suo contrario. Oh dio, quando a prevalere è l’odio. Non un gioco di parole né un’esclamazione religiosa e basta. Un grido o forse un singhiozzo: naturale, spontaneo, doloroso. Assistiamo alla pianificazione del massacro e ne restiamo sbigottiti. Idem dalla renitenza alla saggezza, a un minimo di saggezza. Per non parlare di misericordia, carità, pìetas. Perché non se ne ammanta il mondo che evolve, invece d’adoperare  fantastiche scoperte a pro della morte e non della vita?

Il 7 ottobre, tre anni fa, certifica la primazìa d’una bomba fra le bombe. La bomba della stupidità. È il gelocidio delle relazioni umane. Vi sottostanno le rimanenti bombe, per quanto appaiano d’una maggior carica esplosiva rispetto alla stupidità. Non è così. L’uomo che offende il suo principio vitale, l’intelligenza, è un ometto, un omuncolo, un ominicchio. Purtroppo capace delle efferate derive di cui solo la stupidità si erge a protagonista. E di cui non si rende conto. Altrimenti la gerarchia delle urgenze passerebbe dal nazionalismo conquistatore alla conciliazione armonica. Essa sì, essa soltanto, disarmata e disarmante: per ora una preghiera, non un progetto. Amen.

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