BUSTO ARSIZIO – «Se a un gruppo limitato di persone viene assegnato un obiettivo futuristico e nel gruppo si creano rapporti interpersonali di stima e fiducia reciproca, la probabilità di raggiungere nuovi traguardi è alta. Lavorando insieme con coerenza, escono potenzialità che hanno un potere pazzesco. L’amore di 50 persone può trasformare lo spazio-tempo». Sono alcune delle riflessioni che Federico Faggin ha offerto ieri, martedì 6 ottobre, alla platea entusiasta del Teatro Sociale di Busto Arsizio, nella seconda conferenza organizzata dall’amministrazione comunale e dall’associazione Villa Hegla con ospite “l’uomo che vide il futuro, dall’invenzione del microprocessore allo studio della coscienza”.
«Si chiama “intelligente”, ma non lo è»
L’inventore del primo microprocessore ha ricordato, con molti aneddoti gustosi, l’inizio della sua attività professionale e di ricercatore, a partire dallo «scambio di ingegneri per creare un microprocessore per un cliente giapponese». Da allora ha preso le mosse «un cammino che onora anche l’Italia e che ha rivoluzionato due volte il mondo». L’ultima “rivoluzione” è quella dell’Intelligenza Artificiale di cui, com’è sua abitudine e con la schiettezza che gli è propria, lo scienziato nato a Vicenza nel 1941 ha voluto mettere bene in chiaro tanto le potenzialità quanto i rischi.
«L’IA non capisce niente» ha tagliato corto, ribadendo che «la nostra coscienza, il nostro vissuto, va oltre le regole matematiche» che governano le tecnologie, anche le più avanzate. «Dobbiamo scoprire dentro di noi le nostre capacità di conoscerci» ha ribadito, in alternativa e in polemica con chi si affida tutto se stesso alle “macchine”.
«Molti i rischi. Come le potenzialità»
«L’Intelligenza Artificiale non ha nulla di intelligenza, ma ci riporta quanto un algoritmo (definito dall’uomo) ci dice. In altre parole, non ha una capacità di analisi della domanda ma si limita solo a fornire risposte che qualcuno ha già definito (algoritmo). Rispetto ai motori di ricerca, in essa l’algoritmo si arricchisce attraverso le nostre domande. I rischi sono che domande errate possono generare risposte errate o un arricchimento dell’algoritmo non corretto». A livello generazionale «i giovani, gli adolescenti, che sono deboli possono essere influenzati negativamente dall’IA, perché più vulnerabili». Il pericolo, però, si estende a chiunque nel momento in cui persone o governi «possono modificare l’algoritmo, generando così un credo errato».
Insomma, per Faggin oggi come oggi l’IA «è un gioco all’inganno per i più deboli». Ma ciò non toglie che «nel tempo, con i nostri interventi, può migliorare per imitarci. Diventa così molto utile come strumento per aumentare la produttività». Su una cosa, però, non ci devono essere equivoci: «L’intelligenza deve restare dell’uomo su quello che trova».
Intelligenza artificiale: quale futuro? A M24Tv ne parlano Faggin e Ravarini (Liuc)
