di Massimo Lodi
Siamo entrati nella Terza Repubblica, come asseriscono Donzelli e Meloni sister? Siamo usciti da un’approvazione a botta di maggioranza della legge elettorale. Non altro. Già accaduto in passato, eh. Nessuno della casta politica si alzi a moraleggiare. Però: di qui alla sentenza che il fatto odierno ha profilo storico, ne passa. Ma l’enfasi di fazione non ha confini. Chi s’affaccia al balcone annunciando l’abolizione della povertà (Di Maio&friends), chi sceglie Montecitorio e dintorni per celebrare ciò che non dovrebbe (Donzelli&partners).
Non dovrebbe? Non dovrebbe. Lo Stabilicum o Melonellum ha poco d’esemplare, tanto che presidente della Repubblica e Consulta stan per fargli ogni possibile pulce. Multiple le criticità. 1) Premio di maggioranza esagerato, la coalizione che prendesse il 42 per cento a Camera e Senato otterrebbe 70 parlamentari e 35 senatori in più. Significa pieni poteri nella designazione del successore di Mattarella, dei giudici della Corte costituzionale, eccetera. 2) Nome del candidato a Chigi da indicare prima del voto, imbarazzando il Quirinale cui invece tocca dopo il voto la formale investitura del ruolo. 3) Disparità di genere nelle liste sottoposte al giudizio dei cittadini, nessun meccanismo assicura la presenza delle donne. 4) Capilista scelti dai partiti e bloccati, idem tre su sei candidati proposti agl’italiani, in tal modo riducendo assai la possibilità d’esercitare le preferenze. 5) Numero elevato di firme da raccogliere qualora una formazione non presente in Parlamento volesse concorrere sperando d’entrarvi.
Perciò. Libera una maggioranza di decidersi da sé (e basta) le regole del gioco. Libero il resto del mondo d’affermare che non così si agisce. Tal quale il comportamento in passato? Tal quale. Proprio in ragione di ciò era atteso un segnale contrario. Bye bye. Ma quale Terza Repubblica. Restiamo nella Seconda, che non riuscì a migliorare la Prima dopo averla liquidata. Poi ci si meraviglia della disaffezione popolare, dell’astensionismo, delle accuse di capocrazia, d’uno spirito democratico offeso. Quale diversa reazione potrebbe conseguire a simili comportamenti, inoltre umilianti dello spirito rappresentativo: tanto scarsa è la stima dei leader di centrodestra nei confronti dei loro deputati e senatori da avergli imposto un sorvegliatissimo voto di fiducia sullo Strabiliaticum.
Strabiliaticum, ecco il nome degno della normativa approvata: da non crederci. Come da non crederci è che in trent’anni si siano elaborate sei leggi elettorali. In Inghilterra, Stati Uniti, Francia si vota da secoli con la stessa. Come da non crederci è che queste riforme in Italia spuntino alla vigilia della chiamata alle urne e badando a interessi di bottega anziché generali. Come da non crederci è che pur avendo sempre menato gramo, la spericolata scelta continui a venir perseguita. Come da non crederci è che, sondaggi e liti alla mano, l’ipotesi più realistica preveda un pareggio tra i due poli: non s’imporrà la destra senza Vannacci, non la sinistra senza centristi al completo e magari Calenda. Dunque? Dunque dopo tanto brigare, è probabile/stupefacente -toh, il beffardo esito dello Strabiliaticum– che ne sortisca l’ennesimo governo trasversale, tecnico, d’emergenza. Lo Sterza Repubblica, l’esecutivo che ne piega la volontà di massa. Pur se la massa ormai è ridotta al suo 50 per cento.
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