La parola del Papa che lascia senza parole

papa malattia annuncio

di Massimo Lodi

Altri avrebbero scelto il silenzio. Lo scelsero, inchiniamoci, Wojtyla e Bergoglio. Certo, un silenzio turbato e rivelatore. Però silenzio. Invece Prevost sceglie la parola. Certo, non la parola del Signore, sono passati duemila anni. Ma insomma: la parola del Papa che da capo della Chiesa se ne fa umile appartenente come un miliardo e mezzo d’orantes. Lui uguale a noi, a chiunque di noi. È il senso della croce: da portare e condividere.

Il Papa disvela il suo preoccupante segreto. Rivela la sua importante malattia. Dice: mi han trovato un nodulo al polmone, dovranno operarmi. Lo dice all’Angelus domenicale, dalla finestra del palazzo apostolico su piazza San Pietro. Chiaro chiaro, semplice semplice. È la normalità dell’enormità, il messaggio che emoziona. Sguardi lucidi, battiti in aumento, gocce di tristezza nella giornata ancora calda, soleggiata, quasi estiva. E d’un colpo traversata dall’imprevista nuvola dell’annuncio di sofferenza.

Ma il Papa lo diffonde con serenità. Sceglie il comandamento non scritto della trasparenza. Una rivoluzione nel bimillenario rito vaticano. Voi dovete sapere, io vi devo comunicare. Non una regola scritta, eppure un precetto da seguire, se si vuol essere capo degno del cattolicesimo. Leone XIV lo è. Ne aveva già dato prova in un crescendo d’affermazioni di segno dottrinario e impronta politica, vi aggiunge il seguito più importante: l’ostica dichiarazione di debolezza imposta da una forte ragione di salute. Non è da tutti, è però da lui. Sorpresa sì, tuttavia sorpresa parziale. Di Prevost già si conosceva l’indirizzo morale, oltre che la vocazione di pastore. Adesso se ne conosce con un dettaglio in più la tempra, messa al servizio d’un comunicare opposto a quello in auge nel pianeta mediatico. Anziché lasciare spazio a una notizia che si presterebbe a ricami interpretativi i più sbrigliati, il Papa riduce lo spazio al realismo essenziale: le cose stanno così, non immaginatevi alcun cosà. Il resto lo racconteranno i fatti. Intanto pregate per me.

I fatti, dunque. Largo ai fatti. Il fatto d’informare in prima persona, il fatto di riassumere con chiarezza la malavventura, il fatto di consegnarsi fiducioso alle competenze mediche, il fatto di conservare l’ottimismo della speranza anche quando potrebbe insidiarlo il pessimismo della morbilità. Quasi un richiamo all’esistenza vera nell’epoca in cui va allargandosi il dominio dell’esistenza artificiale. Richiamo forse non voluto, eppure richiamo in tal verso percepito. Nulla di meno artificiale dell’umanissima confessione urbi et orbi del pontefice ci si poteva immaginare. Altri avrebbero scelto il silenzio, Prevost sceglie la parola. E ci lascia senza parole, in silenzio.

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